Roma Capitale

Rastrellamento del Ghetto di Roma, Roma ricorda l’orrore nazi-fascista del 16 ottobre 1943

All’alba di sabato 16 ottobre, nei cortili della caserma di Macao e di un ex convento in Via Salaria, dove alloggiano le tre compagnie di Polizia d’Ordine tedesche, vengono impartiti i primi ordini relativi a un’operazione “straordinaria” da compiere in mattinata. I nazisti si dirigono in camion nei 26 distretti in cui è stata suddivisa la città , raggiunti dagli uomini di Kappler e dai membri dell’Einzatzkommando di Dannecker. I nazisti prevedono la cattura di tutti gli ebrei, di ogni età e in qualunque condizione di salute. Le operazioni iniziano dopo le ore 5.30: piccole squadre composte da tre a sei agenti l’una si recano presso gli indirizzi che sono stati loro assegnati. Nell’area dell’antico ghetto vengono chiuse tutte le strade di accesso; nelle altre zone, sorvegliati i portoni. Alcuni uomini rimangono di guardia al camion, mentre altri fanno irruzione nei palazzi e negli appartamenti sorprendendo gli ebrei nel sonno. Alle vittime viene consegnato un biglietto in italiano con le istruzioni relative alla loro imminente deportazione: hanno 20 minuti per preparare le valigie e abbandonare le case dopo averle chiuse a chiave. Tutti, compresi quelli gravemente ammalati, devono raggiungere i camion che man mano vanno riempiendosi. Gli ordini urlati in una lingua incomprensibile, le divise e le armi ostentate contribuiscono a creare un’atmosfera di terrore. In Prati, ai Parioli, al Trionfale, alla Garbatella e in tutta la città gli uomini che formano le squadre di arresto restrellano le persone di casa in casa, ma la maggior parte non è addestrata per questo genere di operazioni e procede quindi in modo piuttosto improvvisato. Il modus operandi varia da squadra a squadra: alcuni, particolarmente zelanti, forzano le porte con veemenza, mettono fuori uso le linee telefoniche, perquisiscono i palazzi per intero; altri, in particolare i componenti della Polizia d’Ordine, si limitano a bussare. Spesso si fidano di quanto viene loro dichiarato dagli altri inquilini e in molti casi trascurano di sorvegliare le possibili vie di fuga. Persino il controllo delle persone da deportare non avviene in maniera sistematica: alcune squadre fermano tutti i presenti; altre si attengono agli elenchi, in altri casi ancora c’è chi con un pretesto riesce a passare per un ospite occasionale e a sfuggire così all’arresto. Le notizie sulla razzia in atto si diffondono velocemente. Non tutti gli ebrei vengono catturati: una parte al momento della retata è già fuori di casa; altri riescono a fuggire scappando sui tetti, per i cortili interni o saltando sui tram. Molti bussano ai portoni di sconosciuti, anche di alcuni conventi; altri ancora vagano semplicemente per la città, non sapendo dove e come nascondersi. Ad aiutarli sono spesso i vicini, i portieri, i passanti che spontaneamente li accolgono in casa, distraggono i persecutori, mettono in allerta chi non è ancora stato cercato.
La retata si conclude nella tarda mattinata. Circa 1250 persone vengono caricate sul camion e condotte al Collegio militare, in attesa di essere deportate.
Per i nazisti, che avevano nel mirino 8000 ebrei, è un insuccesso, per la comunità ebraica una tragedia inenarrabile, per lo Stato italiano una delle pagine più vergognose della sua storia. Delle 1022 vittime della retata, soltanto 16 sopravviveranno, quindici uomini e una sola donna. Nessun bambino.
Tratto da associazione Figli della Shoah

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