Roma Capitale

Anno Giudiziario della Corte d’Appello, Mura: “A Roma mafie plurime e diversificate”

La Capitale e soprattutto il territorio metropolitano così come “anche l’area limitrofa e il basso Lazio, costituiscono, anche dal punto di vista mafioso, il teatro di una presenza soggettivamente plurima ed oggettivamente diversificata, a carattere certamente non monopolistico. Non c’è un solo soggetto in posizione di forza e dunque di preminenza sugli altri, ma sullo stesso territorio coesistono e interagiscono diverse soggettività criminali”. Lo spiega il pg della corte d’appello, Antonio Mura, nella relazione all’apertura dell’anno giudiziario.  “Accanto alla vera e propria novità della presenza di organizzazioni mafiose di matrice autoctona, opera una composita galassia criminale – aggiunge l’alto magistrato – tanto nutrita quanto pericolosa, fatta di singoli o gruppi che costituiscono altrettante proiezioni, in senso ampio, delle organizzazioni mafiose tradizionali, della ‘ndrangheta, innanzitutto, di diversi gruppi di camorra, ma anche di Cosa Nostra. Tali proiezioni operano secondo modelli non necessariamente omogenei quanto a natura, complessità, stabilizzazione e autonomia della struttura, tanto da non poter essere sempre qualificate in termini di autonoma associazione di tipo mafioso”. 

L’usura fenomeno criminale tipico di Roma

L’usura “continua ad essere uno dei fenomeni criminali tipici, e perciò più diffusi, della Capitale. Accanto ai soggetti che autonomamente si dedicano ai prestiti a tassi usurari (i cosiddetti ‘cravattari’), opera la criminalità organizzata che si dedica a tale attività criminale per ‘mettere a reddito’ i capitali accumulati e nello stesso tempo penetrare nel tessuto economico della città. Le indagini svolte nel periodo in esame hanno infatti consolidato la constatazione del sistematico ricorso, soprattutto da parte delle cd. nuove mafie, all’usura anche come mezzo di assoggettamento delle persone (sia quali privati sia quali soggetti economici cui nella fase finale espropriare l’attività per acquisirla di fatto) dello specifico segmento territoriale di operatività della singola associazione”.

1.500 denunce nel Lazio per il Coronavirus

“La sopravvenienza di procedimenti in materia di colpa professionale in vario modo connessa al COVID-19 è rilevante sotto l’aspetto sia quantitativo sia qualitativo. Colpisce, peraltro, come nei confronti delle varie autorità pubbliche titolari di poteri di decisione sia cospicua l’entità di denunce tra loro di segno diametralmente opposto: circa 1.000 denunce lamentano l’inadeguatezza delle iniziative adottate per limitare la diffusione della pandemia; circa 500 contestano, invece, la legittimità delle misure restrittive disposte per garantire il distanziamento”.  “Una parte di queste denunce, riunite in un unico procedimento, è stata inoltrata dalla Procura di Roma al Tribunale per i ministri, con richiesta di archiviazione – continua – Altre serie di denunce hanno riguardato filoni particolari, come quelle sui contagi nelle RSA e nelle case di riposo o altre strutture sanitarie”.  Insomma è “interessante il riferimento all’emergenza sanitaria per quanto attiene ai reati contro la pubblica amministrazione: ci sono state misure cautelari per frode in pubbliche forniture e dispositivi di protezione individuale; sono numerose le indagini per fatti di inadempimento e frode in tali forniture. D’interesse, nel periodo di riferimento, sono pure manifestazioni criminose ordinarie che si sono caratterizzate in modo peculiare in rapporto all’emergenza epidemiologica”.  Il procuratore Mura aggiunge quindi che “va in generale rilevato che la stessa fattispecie di epidemia colposa presenta, per la sua struttura, evidenti difficoltà di accertamento, specialmente in punto di nesso causale, per cui le indagini si sono rivelate particolarmente laboriose anche per la parte ancora in corso di accertamento. Tuttavia in alcuni casi sono emersi elementi che hanno portato a formulare addebiti di omicidio colposo con riferimento a singoli pazienti sulla base di ricostruzione di condotte specifiche e di un concreto nesso causale con il singolo decesso”.

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