Cronaca

Caso Regeni, riparte a Roma il Processo ai quattro 007 egiziani che non saranno in aula

Il nodo dell’assenza degli imputati sarà il primo da sciogliere in apertura del processo per l’omicidio di Giulio Regeni. Il 14 ottobre, data fissata per la prima udienza, nell’aula bunker di Rebibbia, la Terza Corte d’Assise inizierà i lavori valutando le ragioni dell’assenza dei quattro 007 egiziani imputati. E’ giustificata l’assenza degli imputati? A questa domanda di prassi saranno chiamati a rispondere i giudici. Sotto accusa ci sono quattro agenti dei servizi di sicurezza egiziani: gli ufficiali Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. La loro irreperibilità e quindi la mancata notifica degli atti, era stata risolta dal giudice dell’udienza preliminare, che decise il rinvio a giudizio nel maggio scorso, con il dato che l’ampia copertura mediatica del caso ha reso il procedimento noto anche in Egitto. E quindi se per Sabir e compari sarà ritenuto che si sono sottratti volontariamente alla giustizia italiana si andrà avanti e verrà considerata risolta la questione. Se invece la corte dovesse stabilire che i molti sforzi fatti dai pubblici ministeri e dagli investigatori dei carabinieri del Ros e polizia dello Sco, per portare a buon fine le rogatorie, debbano essere rinnovati con una nuova iniziativa di qualche tipo, il processo si sospenderà. All’udienza saranno presenti quasi certamente i genitori di Giulio, accompagnati dal difensore di parte civile, l’avvocato Alessandra Ballerini. “La strada che, il Procuratore aggiunto Sergio Colaiocco – e con lui le parti civili – cominceranno a percorrere – scrive Carlo Bonini su Repubblica – è infatti una sfida a quella forza di gravità che, quando sono alla sbarra apparati dello Stato di un Paese straniero, vede normalmente collassare la ragione e il coraggio di Davide di fronte alla mole di Golia. E i precedenti della storia giudiziaria italiana ce lo ricordano (il Cermis, il processo Calipari). I princìpi dello stato di diritto, cui la nostra legge penale e processuale sono ispirati, prevedono infatti regole di garanzia che l’Egitto ha sin qui spregiudicatamente capovolto nei fini per trasformarli in altrettante occasioni utili a far deragliare prima le indagini e quindi l’udienza preliminare nei confronti degli imputati. È accaduto in questi cinque anni. Accadrà ancora. A partire da domani. Il primo ostacolo si chiama “processo in assenza”. Regola vuole che non si possa infatti giudicare in contumacia un imputato che ignori, o che comunque non sia stato messo nelle condizioni di conoscere l’esistenza a suo carico di un giudizio e degli elementi di accusa su cui si fonda. Dunque, di potersi difendere compiutamente. È il motivo per il quale l’Egitto ha sempre negato all’Italia la cosiddetta “elezione di domicilio” dei quattro ufficiali dei suoi servizi segreti chiamati alla sbarra. Convinto che l’escamotage (negare un luogo “legalmente” riconosciuto e raggiungibile in Italia per la notifica degli atti su cui il processo si fonda e del suo progredire) avrebbe consentito di depositare un baco potenzialmente in grado di annullare il processo. Il secondo ostacolo è, per certi aspetti, persino più complesso e potenzialmente esiziale del primo. L’impianto accusatorio a carico dei quattro imputati poggia infatti parte significativa delle sue fondamenta su sei testimoni oculari (la cui identità è stata sin qui protetta negli atti con lettere dell’alfabeto greco) che, in buona parte, risiedono in Egitto. Se il dibattimento comincerà, la regola del processo accusatorio vuole che saranno chiamati a deporre di fronte alla Corte per essere sottoposti all’esame incrociato della pubblica accusa, della difesa, delle parti civili (il cosiddetto “contraddittorio”).

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