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Epatite C, dalla Regione Piemonte stanziati 5 milioni di euro

“La Regione Piemonte avrà a disposizione circa 5 milioni di euro per avviare lo screening gratuito sull’epatite C. In Italia si calcola che ci sia un 1% di prevalenza di malati di epatite C, il che vuol dire che sono circa 500/600.000. Di questi, 300.000 li abbiamo già trattati, curati e guariti, mentre gli altri 300.000 dobbiamo andarli a cercare. Quindi, l’obiettivo del programma di screening è andare a contattare queste persone per informarle e curarle”. Lo ha dichiarato il Dottor Paolo Scivetti, Dirigente Medico Struttura Complessa Medicina Interna Asl di Biella, Ambulatorio Epatologia, intervenuto in occasione del corso di formazione ECM sulla gestione dei tossicodipendenti con epatite C, organizzato dal provider Letscom E3 con il contributo non condizionante di AbbVie. Il corso, dal titolo ‘EPATITE C NEL PAZIENTE CON DUS” – Nuovi modelli di intervento ed esperienze locali in Regione Piemonte’, rientra nell’ambito di ‘Hand – Hepatitis in Addiction Network Delivery’, il progetto di networking a livello nazionale patrocinato da quattro società scientifiche (SIMIT, FeDerSerD, SIPaD e SITD) che dal 2019 coinvolge i Servizi per le Dipendenze e i Centri di cura per l’HCV afferenti a diverse città italiane.
Scivetti si è soffermato su tre aspetti. “Se vado a pescare- ha informato- devo andare in un fiume ricco di pesci, quindi è perfetto che si vada a cercare nel Ser.D. e nelle carceri, bacini di utenza dove si registra una maggiore prevalenza di infezione”. “Noi- ha proseguito- viviamo nell’epoca dei social ma, attualmente, non c’è niente relativo al Digital Marketing sull’epatite C, non c’è un programma a livello nazionale di informazione. Credo dunque che il 10% di questa somma, a livello nazionale, dovrebbe essere speso per creare una campagna di informazione e di comunicazione su questi pazienti, che alcune volte sanno di avere l’epatite C ma non sanno che si può guarire. E con questo 10% sicuramente faremmo molto di più del restante 90% speso in cose strane”. Infine, il terzo punto. “Il Piemonte ha preparato un programma di prevenzione che prevede alcune cose- ha informato- come assunzioni, ricerca e test. In Lombardia ne stanno preparando un altro, in Veneto un altro ancora. In Italia ci sono 20 regioni e ci sono 20 programmi, una cosa un po’ ridicola. A mio avviso le regioni avrebbero dovuto avanzare le loro proposte, si sarebbe scelta l’idea migliore e tutte le altre 19 avrebbero fatto la stessa cosa. Regionalizzare il programma di screening equivale ad una perdita di efficienza’’.

Al corso ha preso parte anche il Dottor Lorenzo Somaini, Direttore Struttura Complessa Ser.D., Asl di Biella, che ha fatto il punto sulle iniziative da mettere subito in campo con tali finanziamenti e, in particolare, sull’importanza dei test rapidi per far emergere il sommerso. “Bisogna spiegare alla popolazione che questa è una malattia che è presente e che il virus sta circolando- ha affermato- e sensibilizzarla a farsi testare. Purtroppo, è una malattia che nella maggior parte dei casi passa inosservata perché non dà sintomi. Sicuramente i test rapidi sono fondamentali perché sono molto facilmente utilizzabili dal personale sanitario e sono molto accessibili anche dai pazienti. Ad esempio, si potrebbe andare a testare la popolazione attraverso campagne di abbinamento di test rapido, come le vaccinazioni Covid o le vaccinazioni che vengono fatte normalmente nei servizi di igiene”. Somaini ha poi affermato che “nei nostri servizi, soprattutto nelle carceri, i test rapidi risultano fondamentali e necessari, perché sono molto facilmente applicabili e molto veloci, quindi con una possibilità di recuperare il paziente quasi al 100%”. Il Dottor Somaini ha però tenuto a precisare che “il test rapido, laddove positivo, non è diagnostico. Va poi confermata la diagnosi e nel momento in cui viene identificato il paziente che ha una replicazione virale, questi deve essere mandato al trattamento. Quindi, unitamente alla campagna di screening, va anche progettata la seconda fase, che è quella relativa all’invio al trattamento attraverso modalità molto semplici e veloci per il paziente.’’

Ma quanti sono i pazienti affetti da epatite C che afferiscono alla struttura piemontese e quanti sono in percentuale quelli guariti grazie alle terapie? Il Dottor Scivetti ha risposto che “su circa 1000/1.200 pazienti che si stima esistano a Biella, considerando però anche quelli che non siamo riusciti a contattare, ad oggi abbiamo ne abbiamo presi in carico 625, con una percentuale di guarigione altissima. Praticamente, tutti i pazienti che hanno fatto la terapia fino in fondo sono guariti, pochi di loro non sono guariti dopo il primo trattamento ma sono guariti dopo il secondo, perché è prevista una terapia di seconda linea. Gli unici pazienti per i quali non siamo arrivati a conclusione sono pazienti che per vari motivi hanno interrotto il trattamento, raramente per intolleranza, alcune volte per questioni logistiche, come ad esempio il paziente del carcere che veniva trasferito. Il messaggio che bisogna mandare, però, è che il paziente che inizia il trattamento guarisce nel 99% dei casi senza fare fatica e in tutta sicurezza’’.

Parlando dei farmaci, il Dottor Somaini ha reso noto che “in Piemonte la situazione ricalca un po’ quella dell’andamento nazionale, nel senso che questi farmaci sono estremamente potenti ed estremamente efficaci. A Biella, per quanto riguarda le popolazioni speciali di cui ci occupiamo, quelle che afferiscono alle carceri e al Servizio per le Dipendenze, abbiamo notevolmente incrementato gli invii al Dottor Scivetti, proprio alla luce della buonissima accettabilità che questi farmaci hanno, della scarsissima interazione con le terapie che diamo regolarmente per le patologie di base e, soprattutto, per l’assenza di effetti collaterali. Questo li distingue moltissimo rispetto ad esempio alle vecchie terapie, a base di interferone, dove effettivamente la maggior parte delle persone abbandonava il trattamento per problemi di effetti collaterali”. Il Dottor Somaini ha infine precisato che “sono talmente ben accettati che nei nostri servizi spesso utilizziamo anche le persone che hanno fatto il trattamento come veicolo di informazioni verso persone che devono ancora andare in trattamento. In questo modo abbiamo visto che aumenta l’accettabilità della terapia e la tranquillità da parte dei nuovi pazienti. In più, anche in accordo con il Protocollo che abbiamo con il Dottor Scivetti, facciamo una distribuzione diretta di questi farmaci e ciò ha permesso di arrivare a quasi un 100% di completamento del trattamento per tutti i pazienti che in questi due anni abbiamo inviato al centro specialistico per la terapia’’.

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