Primo piano

Epatite, si rinnova la sfida

L’Italia, però, rischia di mancare il target dell’eliminazione della malattia fissato al 2030

Come ogni anno si è celebrata la Giornata Mondiale delle Epatiti promossa dall’OMS. Un anniversario quest’anno reso più importante dalla trascuratezza che ha colpito queste patologie: pesa infatti l’attenzione riservata alla pandemia da Sars-Cov-2. L’esame delle notifiche pervenute al SEIEVA – il Sistema Epidemiologico Integrato delle Epatiti Virali Acute coordinato dall’ISS – nel 2020 mostra che il numero di casi notificati di epatite virale è in netta flessione a partire da marzo 2020 rispetto agli anni precedenti. Molto probabilmente le misure di contenimento adottate per la pandemia hanno contribuito a diminuire anche il rischio di contrarre altre malattie infettive, tra cui l’epatite, sebbene sia indubbio anche che l’interesse massimo sulla pandemia possa aver ridotto l’attenzione su altre patologie per diagnostica e conseguente notifica. Proprio questi dati devono spingere a non perdere l’attenzione sulle epatiti, per le quali esistono forme di prevenzione e di trattamento molto efficaci.
L’impegno per sconfiggere questi virus viene portato avanti dagli infettivologi della Simit – Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali e dagli epatologi dell’AisfI – Associazione Italiana per lo Studio del Fegato. “Le misure di contenimento e distanziamento sociale imposte dalla pandemia hanno probabilmente ridotto, almeno nei Paesi industrializzati, la diffusione delle altre malattie infettive, non solo quelle trasmissibili per via aerea, come l’influenza e il raffreddore, ma anche di quelle trasmesse sessualmente o per via parenterale o alimentare, queste ultime per una maggiore attenzione all’igiene. I primi dati quindi segnalano una flessione anche per quanto riguarda l’incidenza delle epatiti virali che, se confermata, rappresenterebbe un’importante lezione della quale tener conto anche in futuro, proseguendo la lotta contro queste malattie- osserva il professor Massimo Galli, past president della Simit e referente per le Epatiti per la società scientifica degli infettivologi italiani- Esistono tuttavia aspetti negativi associati alla pandemia le cui conseguenze meritano un’attenta valutazione. Anche se non sono ancora disponibili dati completi riguardanti questi due ultimi anni, è verosimile che una flessione delle vaccinazioni anti HBV possa essere avvenuta e che si renda quindi necessario recuperare le mancate vaccinazioni. È invece clamorosamente evidente la flessione dei trattamenti dell’epatite C, che mette in discussione la possibilità di conseguire l’obiettivo dell’eliminazione della malattia fissato dall’OMS per il 2030. Questo fenomeno, certamente accentuato dalla pandemia, viene però da più lontano ed era già evidente a partire dal 2018, come conseguenza del ritardo degli interventi per l’emersione del sommerso. Ora è cruciale che si lavori in questa direzione, con un adeguato impiego dei fondi stanziati nel febbraio del 2020. Tocca anche riprendere un’efficace opera di sensibilizzazione nella popolazione: recenti esperienze in cui si è associato lo screening per Covid con quello per l’epatite C attuate in Lombardia dimostrano il permanere di un non trascurabile numero di infezioni da HCV in persone del tutto inconsapevoli della loro condizione”. L’attenzione dei clinici è rivolta soprattutto alle Epatiti B e C, quelle dagli effetti più gravi, talvolta letali. Sono considerate una minaccia per la salute pubblica, in quanto se cronicizzano, provocano complicanze nel tempo anche fatali come la cirrosi e il tumore epatico. Tuttavia, l‘Epatite B può essere prevenuta con il vaccino, mentre l’Epatite C si può curare con farmaci efficaci e risolutivi, tanto che l’OMS aveva fissato l’obiettivo della sua eliminazione entro il 2030, un risultato reso raggiungibile grazie ai nuovi farmaci antivirali ad azione diretta (DAA), che permettono di eradicare il virus in maniera definitiva, in tempi rapidi e senza effetti collaterali.

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