Economia e Lavoro

Manovra, i sindacati la contestano e scendono in piazza. Tutti i punti contestati e le proposte disattese

Nelle stanze del ministero dell’Economia, esclusivamente tra esponenti di partito, è stato siglato un accordo su come distribuire gli 8 miliardi disponibili in legge di Bilancio per la riduzione delle tasse. Esisteva un altro accordo, che però è a tutt’oggi disatteso. Quello tra il presidente del Consiglio Draghi e Cgil Cisl e Uil, che prevedeva un confronto preventivo con i sindacati. Gianna Fracassi, vice segretaria generale della Cgil, pone – quindi – prima di tutto una questione di metodo, che però, si sa, è anche di sostanza: “Nell’ultimo incontro che abbiamo avuto, il presidente del Consiglio si è impegnato, sui temi sia della riforma fiscale che delle pensioni che, in generale, sulla manovra, a convocare incontri preventivi per aprire un confronto sulle nostre proposte. Al momento tutto questo non si è verificato”.  E infatti, se ciò che si legge sui giornali è vero, sembra non si sia tenuto conto delle proposte che pure Cgil Cisl e Uil avevano fatto avere al governo. Aggiunge la dirigente sindacale: “Noi non vogliamo un’informativa, ma un confronto vero e preventivo rispetto alle decisioni, altrimenti che confronto è? Ricordo che stiamo parlando di lavoratori e pensionati che sono per l’84 per cento i contributori netti Irpef“.

E, come per la manovra il governo ha deciso di non decidere rinviando al Parlamento la definizione dell’utilizzo delle risorse, così questo patto in qualche modo decide di non decidere. Sette miliardi per la riduzione dell’Irpef e uno per la riduzione dell’Irap, e già così si continua a destinare risorse alle imprese pur in presenza di altri 10 miliardi che sempre la manovra destina loro. Ma è sulla rimodulazione delle aliquote dell’Irpef, sempre che le notizie di stampa si rivelino esatte, che la scelta appare non idonea a redistribuire verso i redditi più bassi le risorse. Riduce da 5 a 4 le aliquote lasciando al 23% quella per i redditi fino a 15 mila euro. Tra i 15 e i 28 mila euro l’aliquota dovrebbe scendere dal 27 al 25 per cento, ma anche per loro cambierà poco. Lo scaglione tra il 28 e i 50 mila euro vedrà ridursi l’aliquota di ben 3 punti percentuale passando dal 38 al 35 per cento e ne vedranno gli effetti soprattutto i percettori dei redditi più alti e altissimi. “Abbiamo detto – aggiunge Fracassi – no al taglio Irap per una  serie di motivazioni che sono legate al sostegno del Servizio sanitario nazionale, che ha bisogno di esser finanziato di più e non di vedersi decurtare le risorse”.

Ma anche la soluzione pensata per la riformulazione dell’Irpef non convince le organizzazioni sindacali. Dice, infatti, la vice segretaria di Corso d’Italia: “Vogliamo essere netti. Abbiamo chiesto che si privilegino le fasce di reddito più basse e si faccia un’operazione davvero progressiva. Le scelte che sembrano esser state compiute nell’accordo fra partiti non vanno in questa direzione. Trovo che l’effetto sia addirittura regressivo e rischia di penalizzare alcune fasce se non si fanno correttivi”.

Aggiunge: “Innanzitutto ribadiamo che tutti gli 8 miliardi debbono essere destinati alla riduzione delle tasse per lavoratori e pensionati e – in realtà – pensiamo non siano nemmeno sufficienti. Poi, per come sono strutturate le nuove aliquote, vanno a premiare i redditi più alti mentre sembra si siano proprio dimenticati i giovani, le donne e i precari”. Dai numeri che circolano, se non ci saranno correzioni, risulta che un lavoratore o un pensionato che ha un reddito di 100 mila euro ha uno sgravio uguale o forse addirittura superiore a chi guadagna o ha una pensione cinque volte inferiore. L’effetto è regressivo, o pare solo a noi”?

Insomma, sembra capire dalle parole di Fracassi, anche in questo caso stiamo parlando di un metodo che diventa sostanza. Per dare qualcosa a tutti inevitabilmente si dà meno proprio a chi avrebbe bisogno di maggiore attenzione. E’ il metodo, e non solo, che deve cambiare. Siamo, ci auguriamo, all’uscita da una pandemia che porta con sé una crisi sociale assai forte, e allora la riforma fiscale che serve è quella progressiva e redistributiva, “come tutti vogliamo una riforma complessiva, infatti c’è una legge delega che dovrebbe affrontare nel suo complesso gli interventi fiscali, le risorse in legge di bilancio dovrebbero consentire più che anticipare pezzi di riforma, di intervenire in termini redistributivi, ritagliando l’intervento, quindi è più utile lavorare sulle detrazioni da lavoro o da pensione che sulle aliquote”.

Fracassi aggiunge: “Inoltre ci sono lavoratori che tutti dimenticano: sono coloro che stanno sotto i 15 mila euro, per i quali nessun intervento è previsto: sono essenzialmente giovani e donne con contratti discontinui e precari o con part time. In questo caso avevamo suggerito un intervento di decontribuzione per dare una risposta. Senza dimenticare i pensionati delle fasce di reddito basse o medio basse, che da tempo attendono un intervento di natura fiscale e sui quali si può intervenire con la detrazione da pensione.  Occorre, cioè, partire dai bisogni e individuare strategie e strumenti che facciano la differenza per chi oggi ha una condizione di precarietà e di povertà”.

Al momento così non sembra essere, ed è per questo che in molte regioni del Paese prosegue la mobilitazione unitaria di Cgil, Cisl e Uil.

Tratto da collettiva.it

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