di Gino Piacentini
Siccità, crisi climatica, e cambiamenti atmosferici hanno provocato una serie di conseguenze visibili nel nostro presente. Tra queste però ne spicca una meno nota ma prossima, che impatterà in modo significativo sulla nostra economia e tradizione. Stiamo parlando dell’anticipo delle vendemmie e della delocalizzazione delle vigne a quote più elevate dove pochi anni fa sarebbe stato impensabile trovarle.Una ricerca condotta dall’Istituto nazionale francese di ricerca agronomica (Inrae) avverte che se le temperature medie dovessero aumentare di 2 gradi centigradi entro il 2050, ben il 56% delle attuali regioni vitivinicole globali potrebbe scomparire. Qualora invece il riscaldamento raggiungesse i 4 gradi entro il 2100, questa percentuale salirebbe all’85%. Tra i territori a rischio soprattutto l’area mediterranea, con l’Italia e la Spagna che perderebbero rispettivamente il 68% e il 65% delle aree adatte alla coltivazione delle viti. Le conseguenze sui prodotti vinicoli sono molteplici, ad esempio durante lo stato vegetativo delle viti, le temperature elevate accelerano la maturazione dello zucchero nelle uve, a scapito della maturità aromatica. Questo comporta che le estati calde possano portare a uve ricche di zuccheri ma povere di acidi, tutti elementi essenziali per produrre vini di alta qualità. L’innalzamento delle temperature ha anche portato a un aumento delle malattie nelle vigne. È il caso del “fungo bianco” si diffonde sulle foglie e sui frutti, causando spesso la morte di alcune parti della pianta. Questa malattia, anche nota come peronospora della vite, è tra le cause del calo della produzione italiana del 2023 (-12% rispetto al 2022). Un’industria dal valore globale di 300 miliardi di dollari, non può non dotarsi di soluzioni adatte a contrastare la crisi. Tra queste la più accreditata è certamente la delocalizzazione delle coltivazioni. Infatti se da un lato le regioni tradizionali stanno diventando sempre più critiche – tanto da ipotizzare l’estinzione delle vigne in Australia e Nuova Zelanda in un futuro prossimo – dall’altro lato regioni dove una vite era un tempo una presenza insolita ora stanno guadagnando visibilità nella ricollocazione della mappa del vino, per esempio la produzione di Champagne nel Sud dell’Inghilterra o Barolo sulle Alpi. Proprio sulla nostra penisola sia è tornato recentemente a parlare di riscoprire regioni vinicole come l’Appennino centrale e meridionale, che dispongono di terreni adatti alla produzione di vini di alta qualità ma che sono stati trascurati per molto tempo. Tuttavia nonostante le nuove condizioni climatiche possano sembrare favorevoli in queste regioni emergenti, la delocalizzazione dei vigneti resta per ora problematica da un punto di vista logistico. Infatti a causa della mancanza di infrastrutture produttive e delle competenze locali per supportare una produzione su larga scala, questa soluzione sembrerebbe richiedere più tempo di quello a disposizione. La vite resta comunque una pianta estremamente resistente che spesso dà il meglio di sé in condizioni stressanti. È plausibile pensare dunque che alcune di queste riescano a sopravvivere, mutando, anche alle nuove condizioni meteorologiche e ambientali. Appare invece evidente che comunque vada il rischio di perdere, o rendere più difficile, la produzione di vini di alta qualità nelle regioni storicamente più rinomate, è estremamente alta, proprio a causa della siccità e dei cambiamenti metereologici che mettono a repentaglio l’unicità di quei territori.
