di Dario Rivolta (*)
Tuttavia, la crisi cinese nel 2014 e nel 2015 con una crescente fuga di capitali obbligò il Governo a rendere quasi impossibile l’esportazione di valuta dal Paese e ciò spaventò tutti i possibili utilizzatori stranieri. È pur vero che, da allora, gli scambi in moneta propria tra alcuni Stati Brics e pochi altri sono aumentati ma ciò è valso solo per le transazioni bilaterali. La quota mondiale di riserve valutarie globali in renmimbi (è la valuta per gli scambi esteri dello yuan) è rimasta sotto il tre percento. Per un certo periodo qualcuno pensò che l’euro avrebbe potuto diventare una buona alternativa. Nel 2009 la quota della nostra moneta nelle riserve valutarie globali arrivò al 29%, dopo essere stata solo il 18% nel 2001. Fu un fuoco di paglia: oggi è tornata sotto il 20%. Anche nella valuta ufficiale creata dal Fondo Monetario Internazionale (1969) come riserva dei Paesi membri il valore veniva dato da un peso rispettivo tra dollaro, euro, sterlina britannica e yen giapponese. La somma totale dei pesi, considerata uguale a 100, dava la preminenza al dollaro seguita dall’euro e poi dallo yen e infine dalla Sterlina. Nel 2016, grazie all’aumentata potenza economica della Cina fu introdotto anche il renmembi con un peso del 10.9%. Lo spazio per questa nuova valuta fu però trovato diminuendo soprattutto il peso dell’euro che passò dal 37% al 31. Nel 2022 con la revisione che si fa ogni cinque anni, per consentire un aumento del renmembi al 12,3%, tutte le altre valute hanno perso terreno, salvo il dollaro, L’euro è sceso al 29%.
La ragione sta nel fatto che i mercati finanziari degli USA sono molto più grandi di quelli di ogni altro Paese, il dollaro è liberamente quotato sui mercati valutari internazionali e vendere o comprare in questa valuta è più facile, offre meno rischi ed è meno costoso. Nonostante la quota degli Stati Uniti nel commercio mondiale superi di poco l’11%, più della metà dei pagamenti internazionali continua ad essere in dollari e in questa moneta si valorizza il 59% delle riserve valutarie delle Banche Centrali mondiali. La domanda di titoli del tesoro americano da tutte le parti del globo contribuisce a finanziare il debito pubblico del Governo statunitense e consente alla FED di attirare gli investitori pur mantenendo bassi i tassi di interesse.
In mancanza di una valuta veramente alternativa, nonostante il desiderio di molti di affrancarsi da quella americana, qualcuno ha immaginato che le monete digitali come il Bitcoin potessero essere la giusta soluzione. In effetti, usare tale forma di pagamento consente di evadere lo Swift, di non essere totalmente rintracciabile e di evitare di essere soggetti alla volontà, possibilmente ostile, di Washington. Purtroppo per chi lo pensava, tali monete sono esageratamente speculative e il loro valore può subire oscillazioni incontrollabili ma soprattutto imprevedibili. Inoltre, non sono idonee per transazioni di grande entità. Ci ha provato Facebook e, visto l’uso molto diffuso di questo social, avrebbe potuto godere di grande successo e popolarità. La criptovaluta (chiamata prima Libra e poi DIEM) sarebbe stata supportata da una riserva di asset stabili, come valute fiat e titoli di stato a breve termine per ridurre la volatilità ma è stata, comprensibilmente, ostacolata da tutti gli Stati e principalmente dagli stessi USA. A gennaio 2022, il progetto Diem è stato interrotto e gli asset sono stati venduti.
Sicuramente più affidabili potrebbero essere le valute digitali garantite dai Governi emittenti, sempre che tali Governi siano considerati affidabili. Cina, India e Giappone le stanno già testando e anche l’euro digitale è in arrivo. Tali nuove valute, se prendessero piede, potrebbero veramente diventare una forte concorrenza per il dollaro e metterne a rischio il dominio sui mercati internazionali. Si tratta però di un rischio del tutto da dimostrarsi e non a breve termine.
C’è, comunque, un altro motivo per cui la dominanza del dollaro americano non sarà facilmente scalfita salvo sconvolgimenti molto gravi non ancora prevedibili. Si tratta del fatto che gli investitori stranieri detengono più attività finanziarie negli Stati Uniti di quanto gli investitori americani hanno all’estero. Nel 2024 le passività americane verso l’estero corrispondono circa a 51 trilioni di dollari mentre le attività su altri Paesi sono vicine ai 33 trilioni. In altre parole, gli USA sono debitori in dollari verso il resto del mondo. Se il mondo facesse crollare il valore di questa valuta i beni statunitensi all’estero aumenterebbero di valore rispetto al dollaro mentre gli stranieri che convertissero i loro crediti nelle valute nazionali avrebbero solo da perdere. Se succedesse, il Governo americano ci guadagnerebbe pagando i debiti con una moneta svalutata.
Con buona pace di chi fantastica diversamente, quindi, il dollaro continuerà a dominare ancora a lungo e noi continueremo a finanziare, anche senza volerlo, il benessere degli americani con i risparmi del resto del mondo.
(*) Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali
