di Fabrizio Pezzani (*)
I termini etica e finanza sono termini che definiscono contenuti molto diversi fra di loro, il primo sta a significare un aspetto valoriale che attiene al comportamento dell’uomo nella vita individuale e sociale, il secondo, invece, indica un’attività strumentale dell’uomo con riguardo alla negoziazione di beni mobiliari. La differenza non è di poco conto perché il primo termine, l’etica, differisce dalla scienza in senso stretto, in quanto i contenuti che esprime sono nella sfera emozionale dell’uomo e non è misurabile in termini quantitativi ma piuttosto in termini qualitativi in modo da esprimere un giudizio etico-morale. Il secondo termine, la finanza, esprime un’attività la cui condizione essenziale dipende dalla sua misurabilità e può essere studiata con il ricorso, anche, alle scienze esatte fondamentalmente in modo quantitativo. Nella sostanza la finanza essendo un sapere tecnico non è in sé né bene né male perché deve sottostare, al fine di avere un giudizio qualitativo, a una valutazione etica in grado di attribuire a quel sapere tecnico il giudizio di bene o male.
L’attribuzione di un giudizio positivo o negativo, bene o male, a un’attività finanziaria, dipende da come viene nel tempo declinato il principio etico cioè quali elementi consentono di giudicare l’attività rispetto al fine a cui quell’attività è destinata. Ricordiamo a questo proposito che proprio l’etimologia del termine etico deriva dal greco antico ethos che stava a significare il posto dove l’uomo realizza la sua felicità, lo stare bene. Sempre nel greco antico collegato a questo termine era quello di tekhné che stava a significare la tecnica, anche in senso di arte, funzionale alla realizzazione del bene dell’uomo. In questo senso era ben chiaro che l’ethos definiva il fine cioè cosa significava il senso da attribuire alla felicità, rappresentava un sapere morale, mentre la tekhné era il sapere tecnico-strumentale necessario per la realizzazione del primo.
Nel tempo i due termini sono andati assumendo un profondo cambiamento nel loro ruolo rispetto all’evoluzione dei sistemi sociali e finanziari al punto che si sono scambiati tra di loro il ruolo così la finanza è andata assumendo quello di fine mentre l’etica è diventata un suo corollario. Infatti il valore etico di un’azione dipende da come si declina il giudizio qualitativo legato al concetto di bene o male; nel tempo un comportamento era considerato etico quando l’uomo veniva messo al centro dell’azione sociale e il bene comune veniva perseguito.
Oggi, in una società divenuta estremamente individualista e antiegalitaria nella redistribuzione delle ricchezze finanziarie, la felicità si associa alla realizzazione di un benessere fisico a breve termine anche a costo di normalizzare comportamenti illeciti che pongono il perseguimento del bene comune in secondo piano rispetto al perseguimento del bene individuale.
In questo modo si lascia spazio all’avidità ancestrale dell’uomo che diventa il principio valoriale dominante del nostro mondo. Paradossalmente si potrebbe arrivare a sostenere che Bernard Madoff, l’autore del più imponente default finanziario dei nostri tempi, sia rappresentativo di un comportamento etico nel rispetto di quell’accezione valoriale. Un altro aspetto che ha contribuito a questo cambiamento del ruolo della finanza nell’economia e nella vita sociale è legato al suo progressivo distacco dall’economia reale a cui dovrebbe essere se non asservita almeno collegata. La finanza ha assunto una dimensione globale, come valori espressi, assolutamente non paragonabile all’economia reale – l’ammontare solo dei derivati è oltre 20 volte il Pil mondiale annuo – così ha una sua vita che sembra indipendente dall’economia reale e non rappresentativa del valore da cui dipende. La moneta, infatti, e quindi la finanza hanno un valore fiduciario, in sé la moneta cartacea ha un valore nullo, ma rappresentano una promessa di pagamento; su ogni banconota emessa dalla corona inglese sta scritto: prometto di pagare al portatore della presente la somma di…. Con l’avvento dei sistemi elettronici la moneta è diventata sempre più virtuale e questo contribuisce a farle assumere ancora una dimensione indipendente dal valore reale che rappresenta; se i portatori passassero all’incasso avremmo, probabilmente, un default globale.
L’immensa liquidità immessa sul mercato ha alterato il valore reale dei beni da quello finanziario che determina il primo, così diventa facile per chi è in grado di governare la finanza usare i valori finanziari come strumento per la realizzazione di interessi che vanno ben al di là dei mercati. Inoltre, il contesto in cui si opera nella finanza è tale da amplificare le debolezze umane; in particolare il distacco dall’economia reale favorisce la propensione all’euforia, alla depressione e rende inefficienti, come la realtà ci dimostra, i mercati finanziari che sembrano anticipare con esattezza gli eventi futuri mentre sono le aspettative degli eventi futuri che regolano i mercati; ma le aspettative non sono conoscenze. I mercati, pertanto, divengono in modo molto diverso a quello che sarebbe se fossero fondati solo sulla conoscenza.
L’approccio all’analisi finanziaria basata solo sulle scienze esatte ha dato l’illusione di una governabilità del sistema distaccata dal mondo reale, la conoscenza è diventata autoreferenziale inducendo gli studi a innamorarsi dei modelli in una sorta di “miraggio della razionalità”. Il distacco dal mondo emozionale dell’uomo ha progressivamente reso inidonei i modelli a interpretare la realtà, incapaci di prevedere l’evolversi dei fatti fino a ridosso della loro manifestazione, la crisi ne è una lampante manifestazione, e di trovare i giusti rimedi dopo. Infine la finanza opera in un contesto amorale perché chi decide in finanza non si pone il problema delle conseguenze sociali delle sue decisioni, come succede a chi opera nell’economia reale, spinto dalla massimizzazione del risultato a breve lesivo degli interessi collettivi che richiedono invece un orizzonte temporale di lungo tempo. In questo modo la finanza diventa un modo per perseguire l’arricchimento personale nel più breve tempo possibile e come una sorta di paradiso artificiale attrarrà, come vedremo un numero crescente di occupati; lavorare nel mondo della finanza diventerà un “must” per le giovani generazioni illudendole drammaticamente.
Ma perché siamo arrivati a questo punto e quali sono i reali problemi che ci troviamo ad affrontare? La crisi a cui siamo di fronte da anni ha un’origine nella finanza e nel ruolo che essa è andata assumendo nella nostra vita e in quella della nostra società oppure ha origini più profonde e lontane legate al fallimento di modelli socioculturali che l’esclusiva attenzione all’economia e alla finanza ci impedisce di capire? Come possiamo capire l’attuale fase storica per rispondere in modo corretto ai problemi che abbiamo davanti? Proviamo a delineare un percorso di analisi che ci possa aiutare a individuare meglio lo stato dell’arte. Se osserviamo la nostra storia possiamo vedere quanto la moneta e la finanza siano sempre state un elemento importante della vita delle società e spesso nella letteratura chi operava in quel settore era associato a una visione moralmente negativa; Dante nella Divina Commedia parla degli usurai nel Canto XVII e William Shakespeare dedica a questa figura Il mercante di Venezia. Lo sviluppo della finanza assume dimensioni rilevanti nel XVIII secolo quando gli scontri delle guerre napoleoniche necessitavano di risorse ingenti per finanziare le campagne di guerra e il sostegno della moneta era indispensabile per mantenere gli eserciti.
Con la rivoluzione industriale il sistema creditizio e finanziario prese dimensioni sempre più ampie e determinanti nella vita delle società al punto da essere un attore in grado di determinare scelte non solo economiche ma anche politiche e sociali perché la moneta era spesso usata come deterrente intimidatorio nelle relazioni internazionali tra stati.
(*) Professore emerito Università Bocconi
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