di Balthazar
Gli Stati Uniti portano avanti la loro campagna di “tariffe reciproche” contro i membri dell’ASEAN – Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico- e hanno ripercussioni Singapore, Giacarta e Hanoi.
Il tentativo di ottenere un migliore accesso al mercato per i prodotti americani e di indebolire l’espansione cinese nel Sud-est asiatico è attentamente monitorata da Pechino che si sta riposizionando per volgere le tensioni tra Stati Uniti e ASEAN a proprio vantaggio, nel medio termine.
La strategia di Trump è diretta: prima imporre prima tariffe elevate e poi concedere una lunga lista di concessioni in cambio di un alleggerimento parziale.
Il 2 aprile, gli Stati Uniti hanno introdotto “dazi reciproci” che possono arrivare fino al 49% sulle importazioni da alcune nazioni dell’ASEAN, tra cui Vietnam e Cambogia, mentre altre, come Singapore, sono state soggette a dazi del 10%.
Tali percentuali sono diminuite dopo i negoziati, ma si attestano ancora tra il 19 e il 24% per i principali partner commerciali come Thailandia (19%), Filippine (19%), Vietnam (20%) e Malesia (24%).
Per la maggior parte delle economie dell’ASEAN, dove gli Stati Uniti rappresentano un mercato di esportazione chiave, rinunciare all’accesso preferenziale mette a repentaglio la crescita del PIL, l’occupazione e persino la stabilità politica.
Le richieste degli Stati Uniti di limitare le esportazioni cinesi e di conformarsi in futuro a possibili sanzioni contro Pechino mettono l’ASEAN direttamente al centro della competizione.
La pressione degli Stati Uniti per costringere l’ASEAN a tagliare i prodotti cinesi colpisce direttamente le catene di approvvigionamento integrate che sostengono questi rapporti commerciali.
Ma anziché rispondere con minacce pubbliche, Pechino sta adottando una risposta più calcolata per radicarsi più profondamente nel tessuto economico dell’ASEAN, in un modo che la politica tariffaria statunitense faccia fatica a scalfirla.
Le imprese cinesi stanno aprendo o installando fabbriche in Vietnam, Thailandia, Indonesia e Malesia, non per ridurre i costi di manodopera, ma per far sì che più prodotti vengano immessi nella catena di approvvigionamento globale.
Pechino diversifica gli investimenti c in uscita, dalla costruzione delle infrastrutture della Belt and Road ai poli produttivi, ai parchi tecnologici e ai centri logistici dell’ASEAN.
Sebbene i beni siano tecnicamente “prodotti dall’ASEAN”, i relativi pilastri finanziari, tecnologici e logistici rimangano tutti allineati con la tecnologia e i fondi cinesi. Tale presenza infrastrutturale rende più difficile per gli Stati Uniti ostacolare la presenza cinese nella catena del valore della regione.
Inoltre ci sono settori in cui i prodotti statunitensi sono troppo costosi o non soddisfano i requisiti locali: nell’acciaio, nell’elettronica, nel tessile, nelle apparecchiature per le energie rinnovabili, dove la Cina rimane il fornitore più competitivo.
Se l’ASEAN riducesse le importazioni di questi beni dalla Cina per soddisfare la domanda degli Stati Uniti, Pechino potrebbe reindirizzare l’offerta verso i mercati nazionali o verso altri partner in rapida crescita, offrendo contemporaneamente all’ASEAN collaborazione in settori emergenti come la produzione di veicoli elettrici e la tecnologia agricola.
Questa versatilità si sta rivelando vincente.
Nella prima metà del 2025, le spedizioni cinesi verso il Sud-est asiatico sono aumentate quasi del 17% , mentre quelle verso gli Stati Uniti sono diminuite del 21,%.
Oltre alle merci, la Cina colma una lacuna nei servizi e nella finanza. E mentre Trump getta un’ombra sulla pianificazione delle esportazioni dell’ASEAN, Pechino sta rendendo accessibili i suoi mercati finanziari, rafforzando misure che facilitano il commercio e riducono la dipendenza dal dollaro statunitense.
Il bullismo di Trump che si è vantato ache i Paesi del Su Est asiatico gli “baciavano il culo” per ottenere l’esenzione tariffaria, si è ritorto contro gli Stati Uniti. Al contrario, Pechino ha sempre definito il suo impegno come “cooperazione reciprocamente vantaggiosa”. Un linguaggio che funziona meglio con i leader dell’ASEAN.
Oggi il segnale della Cina all’ASEAN è g chiaro: raggiungere il miglior accordo possibile con gli Stati Uniti, ma nel frattempo resta in “stand By” negli investimenti sino a quando i rapporti con gli USA non troveranno un minimo di stabilità.
Un’eccessiva pressione della Cina sull’ANSEAN potrebbe portare i Paesi aderenti a riorganizzare le catene di approvvigionamento in modo da ridurre l’influenza di pechino, che invece conta sull’ aumento dell’occupazione nazionale, la diffusione della tecnologia e centri di ricerca e sviluppo.
Questi programmi rendono l’impegno cinese non solo economicamente essenziale, ma anche politicamente accettabile per diversi governi del Sud Est Asiatico. .
Per l’ASEAN, la strada più sostenibile resta quella di bilanciare la diversificazione degli scambi commerciali con entrambe le potenze, Cina e Stati Uniti, ma per Pechino la chiave è rendere la sua presenza economica nel Sud-est asiatico così radicata da non poter essere sradicata.
Se Pechino riuscisse a raggiungere questo equilibrio, le stesse politiche concepite per indebolire la sua influenza nella regione potrebbero finire per rafforzarla, anche solo con un’integrazione discreta che potrebbe condizionare il futuro economico dell’ASEAN.
