Cronaca

Urbanistica: pm chiede confisca di ‘Torre Milano’ e 8 condanne a costruttori e dirigenti

di Francesco Floris (*)

– Confiscare la ‘Torre Milano’ di via Stresa. Per poi acquisirla al patrimonio pubblico e, forse, demolirla. Lo spettro che da 4 anni s’aggira per cantieri e palazzi di Milano ora ha un nome e un cognome: confiscare e demolire. La Procura ha chiesto la condanna a pene fra un anno e 2 anni e 4 mesi e ammende fino a 50mila euro ciascuno (complessivamente 326mila euro) per tutti gli 8 imputati del primo processo per abusi edilizi e lottizzazione abusiva nato dalle inchieste sull’urbanistica: i costruttori, Carlo e Stefano Rusconi, l’architetto Giovanni Maria Beretta, gli ex dirigenti del Comune di Milano, Franco Zinna e Giovanni Oggioni, e 3 funzionari dello Sportello unico edilizia che hanno seguito l’iter del grattacielo di via Stresa alto 82,25 metri per 24 piani affacciato su piazza Carbonari. Giovedì mattina la pm Marina Petruzzella ha ribadito nella sua requisitoria iniziata il 16 marzo tutte le contestazioni al grattacielo di lusso della Maggiolina da 320 abitanti potenziali (ci vivono 160 persone), nato sotto il claim pubblicitario ‘La tua casa a due passi dal cielo’ e che oggi è abitato e/o affittato a società che gestiscono locazioni brevi. Ha chiesto alla giudice Paola Braggion la condanna degli imputati, tranne per il falso contestato al progettista per intervenuta prescrizione, e la confisca della torre che sarebbe uno “scempio territoriale intollerabile”, realizzato in violazione dei “doveri di solidarietà sociale” sanciti dalla Costituzione perché pagato dalla “collettività” con un “finanziamento occulto” da 1,2 milioni di euro di oneri di urbanizzazione e monetizzazioni “a favore dell’operatore edilizio”. Costruita – sostiene l’accusa – senza rispettare le norme nazionali “inderogabili” su altezze, volumi e distanze fra edifici che servono a tutelare non solo il “paesaggio”, incluso quello “urbano”, ma soprattutto i requisiti “igienico-sanitari” e di “sicurezza” degli edifici dentro le città, a difendere il “suolo” dal “rischio idrogeologico” , “l’ambiente” e a preservare il valore “storico artistico” e architettonico di Milano che è stata costruito nei secoli. La Scia alternativa al permesso di costruire per “ristrutturazione edilizia” con cambio di destinazione d’uso dei due edifici alti 2 e 3 piani a uso produttivo e poi uffici (sono stati affittati dalla Regione Lombardia per Arpa in passato) che sono stati demoliti in assenza di un piano attuativo sarebbe un “mostro giuridico’” che il “legislatore” non si è “mai sognato” di approvare né la “giurisprudenza” di riconoscere.

Sarà la presidente della settima sezione penale di Milano la giudice destinata a decidere sul futuro del grattacielo sorto con l’obiettivo di omaggiare architetture come quella della Torre Breda, la Torre Turati o la Terrazza Martini e a scrivere la prima sentenza sull’urbanistica e i cantieri meneghini che, dall’ottobre 2022, sono segnati da inchieste e processi penali, sequestri, fascicoli per danno erariale della Corte dei Conti, ricorsi amministrativi a Tar e Consiglio di Stato, scelte, delibere e determine del Comune di Milano in materia di pianificazione del territorio e governo dei suoli, con annesse conseguenze economico-finanziarie e politiche-regolamentari per la città. Così come dovrà decidere sulla richiesta di risarcimento da 135mila euro presentata al responsabile civile, l’impresa Orione Property Management, da una vicina di casa del grattacielo che si è costituita parte civile con l’avvocata Antonella Forloni e accusa i costruttori di aver generato il deprezzamento della propria abitazione oltre alla “diminuzione” di “visuale” ed “esposizione alla luce del sole”.

La richiesta di condanna della sostituta procuratrice che, nel 2023, ha coordinato l’indagine su ‘Torre Milano’ con i colleghi Paolo Filippini e Mauro Clerici, arriva dopo le indagini chiuse con 2 diversi avvisi di conclusione, nel dicembre 2023 e febbraio 2024. L’udienza preliminare è durata 5 mesi da settembre 2024 a gennaio 2025 davanti alla gup Teresa De Pascale e si è conclusa con il rinvio a giudizio di tutti gli 8 imputati, inizialmente accusati anche di abuso d’ufficio (i funzionari) prima della cancellazione del reato. L’istruttoria processuale è andata avanti per circa un anno con 10 udienze. In cui sono stati ascoltati consulenti ed esperti di Urbanistica sia dei pubblici ministeri che delle difese. I professori Chiara Mazzoleni dell’Università IUAV di Venezia e Alberto Roccella dell’Università degli Studi di Milano per i pm, architetti ed ex magistrati per i collegi difensivi degli imputati. Come il professor Fabio Cintioli, il presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica per la Lombardia, Marco Engel, e il docente de La Sapienza, Paolo Galuzzi. Giovanni Oggioni, l’ex capo dello sportello unico edilizia e vice presidente della commissione paesaggio, arrestato a marzo 2025 nel secondo filone d’inchiesta per corruzione e falso (oggi è libero dopo la sostituzione della misura e la scadenza dei termini) è accusato con l’ex collega Zinna per la determina dirigenziale 65 del 30 maggio 2018 con cui Palazzo Marino ha equiparato la Scia con atto d’obbligo (iter a istruttoria ‘privata’ che passa dal parere della commissione paesaggio) al permesso di costruire convenzionato che prevede le osservazioni dei cittadini al progetto immobiliare e il voto della giunta di Milano. E’ stato lui l’unico a sottoporsi all’esame in aula mentre i funzionari di livello inferiore dell’Urbanistica hanno rilasciato dichiarazioni spontanee al termine del processo. I privati, in particolare Carlo Rusconi, imprenditore la cui azienda opera a Milano da 120 anni nel settore edilizio, hanno assistito al processo in presenza ad ogni udienza, senza però farsi esaminare dal Tribunale. I suoi legali, Federico Papa e Fabio Todarello, sono stati i primi giovedì a pronunciare le arringhe difensive. Il presidente della camera penale milanese Papa si è chiesto “cosa avrebbe dovuto fare Carlo Rusconi?” se già “nel 2002” l’avvocatura del Comune, che è persona offesa con l’avvocato Antonello Mandarano e che ha presentato una memoria che, se accolta, scagionerebbe gli imputati, aveva espresso un parere secondo cui il piano attuativo per torri e grattacieli alti più di 25 metri “non è un obbligo inderogabile”, in particolare nelle zone già urbanizzate. Todarello, unico avvocato amministrativa dei pool difensivi, ha invece fatto un excursus sulla giurisprudenza in materia di “ristrutturazione edilizia” dal 1978 al 2020. Quarant’anni in cui il legislatore ha tolto progressivamente dal concetto di ristrutturazione il mantenimento di una serie di vincoli, come la sagoma, il sedime, i volumi dell’edifico precedente da ristrutturare e lo avrebbe fatto per esigenze di rigenerazione urbana che consentissero il recupero di edifici industriali abbandonati, anche dentro le città. Le difese proseguiranno il 29 aprile con gli avvocati Giovanni Brambilla Pisoni, Eugenio Bono, Massimiliano Diodà, Emanuela Gambini, Francesco Moramarco, Corrado Limentani, Gian Luigi Tizzoni, Lodovico Mangiarotti e Michele Bencini. Quest’ultimo al termine dell’udienza ha commentato “il paradosso” della Procura di Milano. Conduce “indagini in nome del diritto alla casa e alla lotta alla speculazione” edilizia e finisce per chiedere che “la casa venga tolta a chi l’ha comprata” prima delle inchieste.
(*) La Presse

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