Primo piano

Quel barile li devi metterlo lì, quella bomba li devi metterla li?…è un diesel”

C’è una cosa che Donald Trump ha capito prima di tutti: la politica internazionale non è più diplomazia. È stand-up comedy con conseguenze reali.

Donald Trump ormai non parla, improvvisa.
Un giorno minaccia guerre come se stesse ordinando al ristorante (“prendiamo un attacco preventivo, leggero, senza conseguenze”), il giorno dopo propone pace, dialogo, collaborazione… quasi si aspetta gli applausi.

È l’unico essere umano che riesce a dichiarare guerra e armistizio nella stessa frase, senza nemmeno prendere fiato.

E mentre lui gioca a Risiko con paesi veri (tipo Iran e Israele) noi italiani siamo lì, spettatori di questo reality globale, con una preoccupazione molto più concreta:

Tutti ci chiediamo: “Ma quanto costa oggi la benzina?”

Perché alla fine la guerra, per noi, arriva così: non con i missili, ma con il cartello del benzinaio che cambia più velocemente delle dichiarazioni di Trump.

Vai a fare il pieno e ti senti dentro una trattativa internazionale:

Noi siamo Il Paese del “No, grazie”

Perché diciamocelo: noi italiani abbiamo un talento naturale: Non per la diplomazia.
Non per la strategia energetica, ma per dire no.

No al nucleare.
No alle infrastrutture.
No alle trivelle.
No alla TAV.
No ai rigassificatori.
No a tutto quello che produce energia… tranne il dibattito.

Siamo una superpotenza mondiale del rifiuto. Se il “no” fosse una fonte energetica, saremmo indipendenti da secoli.

Il Paese dei paradossi:

  • diciamo no al nucleare → perché è pericoloso
  • diciamo no al gas → perché inquina
  • diciamo no alle rinnovabili → perché rovinano il paesaggio
  • diciamo no a qualsiasi alternativa → perché sì

Poi però: “Com’è che la benzina costa così tanto?”

È come buttare via il frigorifero e poi lamentarsi che il latte va a male.

Nel frattempo Trump continua il suo spettacolo: minaccia, ritrae, rilancia, contraddice.

Sembra uno che stia litigando da solo… e sta vincendo.

Dice che controllerà tutto, che deciderà lui quando fermare Israele, quando parlare con l’Iran, quando spegnere il mondo e riaccenderlo. È il telecomando umano dell’apocalisse.

E noi, campioni di coerenza… al contrario. Noi invece abbiamo un altro stile: non decidiamo mai niente, ma lo facciamo con grande convinzione.

Siamo il Paese dei referendum:

  • votiamo
  • discutiamo
  • litighiamo
  • e alla fine… rimaniamo esattamente dove eravamo prima

È una forma di immobilismo partecipato. Democratico, certo. Ma immobile.

Il vero sogno italiano è questo:

avere energia:

  • economica
  • pulita
  • infinita
  • invisibile
  • silenziosa
  • e possibilmente prodotta altrove

Tipo: in un posto lontano, magari all’estero, dove non la vediamo…
ma possiamo lamentarci comunque.

Poi succede che nel mondo qualcosa si muove davvero: tensioni tra Israele e Iran, minacce, escalation, giochi di potere. E improvvisamente capiamo una cosa semplice: l’energia non è un’opinione. È una necessità. E se non la produci, la compri.
E se la compri… la paghi. E se la paghi… ti lamenti.

Che è la nostra vera fonte rinnovabile:
la lamentela.

Alla fine il mondo si regge su un equilibrio perfetto:

  • Trump che parla troppo
  • i leader che reagiscono troppo poco
  • e noi che commentiamo tutto, senza cambiare niente

È una coreografia precisa. Lui alza la voce. Gli altri rispondono. Noi facciamo il pieno e diciamo:
“Eh, però così non si può andare avanti.”

La verità è che ridicolizzare Trump è facile.
Troppo facile.

Il difficile sarebbe guardare noi stessi mentre:

  • diciamo no a tutto
  • pretendiamo tutto
  • e ci sorprendiamo sempre delle conseguenze

Trump almeno è coerente nel suo caos.

Noi siamo incoerenti con metodo.

Morale
il problema non è solo chi gioca con la guerra.

È chi pensa di poterne ignorare gli effetti…
finché non arrivano al distributore sotto casa.

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