Politica

Quando la giustizia appare diversa a seconda di chi siede sul banco degli imputati

di Riccardo Bizzarri (*)

Ci sono vicende che diventano simboli. Non perché raccontino tutta la verità di un Paese, ma perché mostrano ciò che milioni di cittadini credono di vedere. Da una parte c’è Cinzia Dal Pino. Imprenditrice, 65 anni, Viareggio.

Nel settembre 2024 investe e uccide Noureddine Mezgui, l’uomo che poco prima le aveva sottratto la borsa. Per la Procura arriva la richiesta più severa prevista dall’ordinamento: l’ergastolo. La perizia psichiatrica esclude qualsiasi vizio di mente. Piena capacità di intendere e di volere. Piena responsabilità. Dall’altra parte c’è Salim El Koudri. Trentun anni.

Cittadino italiano di origine marocchina. Secondo le accuse, il 15 maggio 2026 travolge deliberatamente alcuni pedoni nel centro di Modena e, durante la fuga, accoltella un passante. Otto feriti, alcuni gravissimi. Fin dalle prime ore successive ai fatti il dibattito pubblico si concentra anche sulle sue condizioni psicologiche e sulla necessità di approfondimenti specialistici. Sono due vicende diverse. Due procedimenti diversi. Due storie diverse. Ma agli occhi di molti cittadini emerge una domanda inquietante: perché in alcuni casi la responsabilità sembra essere immediata mentre in altri si cerca prima una spiegazione? È qui che nasce il problema. Non nei tribunali. Nelle coscienze. Perché la giustizia non vive soltanto nelle aule dei tribunali. Vive soprattutto nella fiducia che i cittadini ripongono nelle istituzioni.

E quando quella fiducia vacilla, il danno diventa enorme. Già Aristotele scriveva che il fondamento della polis è la convinzione che la legge sia uguale per tutti. Non uguale per gli amici. Non uguale per i nemici. Uguale per tutti. La storia è piena di esempi di società crollate non per mancanza di leggi ma per mancanza di credibilità delle leggi. L’Impero Romano non fu distrutto soltanto dalle invasioni barbariche. Fu distrutto anche dalla convinzione crescente che esistessero cittadini di serie A e cittadini di serie B. Tacito descriveva una Roma nella quale la fiducia nelle istituzioni era stata sostituita dalla convinzione che il potere fosse diventato arbitrio. Quando accade, il declino è già iniziato.

Naturalmente comprendere le condizioni psicologiche di un imputato è doveroso. La civiltà giuridica moderna impone di verificare ogni elemento utile ad accertare la responsabilità. Ma comprendere non significa giustificare.  Cesare Beccaria lo aveva spiegato con straordinaria semplicità oltre due secoli fa. La legge deve guardare il fatto. Non il ceto. Non la religione. Non il colore della pelle. Non la provenienza.Non l’appartenenza ideologica. Il fatto. Soltanto il fatto. Perché la vittima non muore in modo diverso a seconda dell’identità di chi la colpisce. E il dolore non cambia nazionalità. Oggi il rischio più grande non è l’errore giudiziario. Gli errori esisteranno sempre. Il rischio più grande è la convinzione diffusa che esistano criteri differenti a seconda di chi compare davanti al giudice.

Quando questa convinzione si radica nella società, il cittadino smette di credere nella neutralità delle istituzioni. E quando muore la fiducia, muore una parte della democrazia. Montesquieu scriveva che non esiste tirannia peggiore di quella esercitata sotto il colore della giustizia. Per questo motivo la magistratura deve essere non soltanto imparziale. Deve apparire imparziale. Non soltanto corretta. Deve apparire corretta. Perché una sentenza convince le parti. La fiducia convince una nazione. Ed è questa, oggi, la differenza che dovrebbe preoccuparci davvero. Non quella tra italiani e stranieri. Non quella tra destra e sinistra. Ma quella tra una giustizia percepita come uguale per tutti e una giustizia che rischia di apparire diversa a seconda di chi è l’imputato. La prima costruisce lo Stato. La seconda alimenta il rancore.

E la storia insegna che il rancore è sempre il preludio delle peggiori fratture civili.

 

(*) Giornalista

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