Esteri

America Latina tra tradimenti e resistenze/2

di Fulvio Grimaldi (*)

Quando le urne non contano

Torniamo a oggi. Quanto al popolo tradito e abbandonato, questo si è impegnato autonomamente a riunificarsi e sta da mesi dimostrando la determinazione a riprendere in mano il proprio destino. Il governo in carica, di cui le masse chiedono le dimissioni, tra scioperi generali a tempo indeterminato, marce, assedi ai palazzi governativi, blocchi stradali in tutto il paese che ne impediscono il funzionamento, il controllo del governo si limita ormai a poco più del dipartimento della capitale. Dove è minacciato dalla città gemella di El Alto, storicamente roccaforte dello schieramento socialista e antimperialista e punta avanzata dell’assalto alla presidenza Rodrigo Paz. A fine maggio il parlamento assegna al presidente i poteri speciali della legge dell’emergenza e pere l’impiego dell’esercito nella repressione.

L’innesco immediato della sollevazione è un decreto del 18 dicembre che, con la scusa di un deficit fiscale, elimina quei sussidi al costo dei carburanti che facevano funzionare i trasporti e quindi l’economia. Prezzi raddoppiati. Inoltre, viene acquistato e venduto dallo Stato un diesel di pessima qualità che inizia a danneggiare i veicoli. Subito dopo, altra sferzata: la piccola proprietà terriera viene riclassificata come media, misura che viene interpretata da indigeni e sindacati agricoli come un attacco diretto alla piccola proprietà della terra. Seguono altre misure di austerità.

La reazione si manifesta con una protesta degli autotrasportatori che blocca i maggiori centri urbani. Parte in tutto il paese una serie di scioperi selvaggi. Ne prende la guida la COB e il suo segretario generale, Mario Argollo, ora in clandestinità, ne assume la leadership. Lo sciopero diventa generale e a tempo indeterminato con, per avanguardie i minatori che, muniti di dinamite, marciano sulla capitale, assieme ai cocaleros e agli insegnanti. Arrivano a oltre 150 in tutto il paese i posti di blocco allestiti dagli insorti. Il paese è paralizzato. Non circola più un litro di carburante. Il regime reagisce con ulteriore violenza.

Accordi di Abramo a sostegno del regime

Al sesto mese di ultraliberismo e austerità, con conseguente vera e propria sollevazione la richiesta di ritiro dei provvedimenti antipopolari si evolve in richiesta di dimissioni tout court del presidente Rodrigo Paz. Le chiedono addirittura reparti dell’esercito. Grande impressione, suscita, alla fine del mese, un’enorme marcia delle donne sui palazzi del potere nella capitale. Le forze della repressione assistono paralizzate.

La prospettiva è la caduta del governo, nuove elezioni, o una prolungata e sanguinosa guerra civile. Molto dipende dalla misura che assumeranno, rispettivamente, la forza degli insorti e il grado di sostegno che al malfermo regime vorranno dare i suoi sponsor del Nord. Armi e gendarmi a sostegno della repressione sono già inviati a La Paz dall’affine argentino Javier Milei. Si prospetta anche l’entrata in campo della destra evangelico-sionista, qui presente con tanto di bande armate, sebbene con meno consenso che altrove, impegnata nell’includere la Bolivia (che aveva aderito ai BRICS) negli Accordi di Abramo. Quelli per l’ingresso nei quali Israele già sta trattando con Costa Rica, Panama, Uruguay, Salvador.

A chi il litio?

In tutto questo c’è un non detto dai media, che però esercita un peso decisivo sugli sviluppi della crisi.

Non c’è pensiero, non c’è proposito, non c’è mossa, non c’è obiettivo, non c’è motivazione, di Donald Trump, che non scaturiscano dal biglietto verde con i simboli massonici. Guerra, negoziato, pace, trombonate, ripiegamenti, botta e controbotta, tutto nel quadro di un meraviglioso e impunito insider trading, sono cose che producono soldi, movimenti di borsa, dividendi. Per sé, l’ormai immune per legge da ogni seccatura fiscale, passata e futura, come per i compari, coriferi, sicofanti, domestici e, soprattutto, i famigliari formatisi a Tel Aviv.

Come poteva sfuggire al meccanismo quello che è il massimo produttore della ricchezza che sostiene il potere, ormai quasi assoluto, delle cibertecnologie, il litio? E, assieme al più vasto giacimento di questa terra rara (parzialmente condiviso da Cile e Argentina, già cooptati), nel sottosuolo boliviano gli altri bei minerali necessari a quelle: antimonio, bismuto, stagno. argento, zinco, germanio, manganese, tantalio. Trattasi di 31 su 38 minerali cruciali e terre rare indispensabili all’innovazione tecnologica: batterie, intelligenza artificiale, strumenti militari di altissima precisione

Prima del golpe, nell’estrazione e nel trattamento del litio boliviano erano coinvolti i cinesi. Non si sa se il passaggio di questa giugolare del potere nelle grinfie delle multinazionali USA sia stato discusso a Pechino nell’incontro Xi-Trump. Ma indubbiamente a dar man forte al regime di La Paz, scaturito dalla disfatta delle sinistre e oggi impegnato a domare una vera rivoluzione, non poteva mancare, con occhio su quei giacimenti, il contributo del tycoon.

La foto ci dice che la manovalanza di partenza è già sul posto. Mancano il giusto direttore dei lavori, i suoi stabilimenti, le sue tecnologie e la sua banca. Ad aprile il governo boliviano e gli Stati Uniti hanno firmato un memorandum d’intesa relativo a tutti i minerali cruciali. Con in testa il litio. L’accelerazione è stata impulsata dalla guerra con l’Iran che ha costretto gli USA a rafforzare le sue catene di rifornimento di minerali strategici. La Bolivia, con questa enorme ricchezza sotto la sua superficie, non poteva essere lasciata a margine degli aggiornamenti strategici del Pentagono e in generale dei Big Tech impegnati a non lasciarsi superare dalla Cina. Che ha di suo l’altra grande estensione del litio. Quello di cui l’Occidente politico decisamente scarseggia.

Così il 28 aprile, a La Paz, Caleb Orr, vicesegretario USA per l’economia e il ministro delle miniere boliviano, Calderon de la Barca, firmarono quello che il presidente Rodrigo Paz annunciò come un evento storico per lo sviluppo della Bolivia e che, invece, è la sua totale resa agli interessi USA. Il memorandum non contempla la minima prospettiva di industrializzazione in territorio boliviano e tantomeno impegna le imprese statunitensi a costruirvi impianti di trasformazione, con relativa occupazione, o ad assicurare un minimo di trasferimenti di tecnologie.

Alla privatizzazione di tutto quello che nel ventennio del MAS era considerato pubblico e gestito nel nome del popolo, si aggiunge un altro, parallelo elemento di rottura: un prestito del FMI, di quelli che gli Stati progressisti del Cono Sud hanno da sempre rifiutato, ben sapendo a quali condizioni fossero legati. Così ora a La Paz arriveranno 3,3 miliardi di dollari, ovviamente non gratuiti, ma accompagnati dall’impegno di cedere al privato, insieme al litio, quanto rimane dell’economia pubblica boliviana, accompagnato dall’adozione di misure che assicurino la flessibilizzazione del mercato del lavoro.

El Che vive!

Come andrà a finire questo che è diventato un conflitto di portata strategica, con riflessi su tutto il continente, sta per ora in grembo a Giove. Di sicuro è l’inizio di un movimento in controtendenza alla dottrina Donroe lanciata da Washington.

Lo spirito di Evo si è spento. Ma quello che si respira nella vera e propria insurrezione di un popolo, nella sua forza, nella sua coscienza, è uno spirito che non muore. È quello del Che Guevara, che vive e lotta insieme a tutti noi, in Bolivia, a Cuba, in Palestina, ovunque noi siamo.

(*) Giornalista e scrittore

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