di Michele Rutigliano (*)
Il conflitto tra Israele e Palestina continua a produrre morte, odio e distruzione. Ogni giorno che passa rende più lontana la prospettiva di una pace giusta e duratura in una terra che dovrebbe essere simbolo di fede, di incontro e di convivenza tra popoli e religioni diverse. Le recenti violenze in Cisgiordania, comprese quelle denunciate dalla comunità cristiana di Taybeh, ricordano al mondo che la sofferenza non colpisce soltanto Gaza, ma investe l’intera Terra Santa, compresi quei cristiani che da duemila anni custodiscono i luoghi delle origini del cristianesimo.
Il 7 ottobre e il diritto alla sicurezza di Israele
Ogni riflessione seria deve partire da un dato incontestabile: il massacro del 7 ottobre 2023 compiuto da Hamas rappresenta una delle pagine più tragiche e atroci della storia recente del Medio Oriente. L’uccisione deliberata di civili, il rapimento di ostaggi, la violenza indiscriminata contro famiglie, donne e bambini non possono trovare alcuna giustificazione politica, religiosa o ideologica. Israele aveva ed ha il diritto di difendere la propria popolazione e di garantire la sicurezza dei suoi cittadini. Nessuno Stato al mondo potrebbe restare inerme di fronte a un attacco terroristico di tale portata. Negare questo diritto significherebbe ignorare la storia tormentata del popolo ebraico e le ragioni profonde che hanno portato alla nascita dello Stato di Israele dopo le persecuzioni culminate nella tragedia della Shoah. Ma il diritto alla difesa non coincide con il diritto alla vendetta. E soprattutto non può trasformarsi in una guerra permanente che finisce per colpire indistintamente popolazioni civili, alimentando nuove generazioni di disperazione e di odio.
La deriva dell’ultradestra israeliana
Proprio qui emerge la responsabilità politica del governo guidato da Benjamin Netanyahu e delle forze dell’ultradestra nazionalista e religiosa che ne sostengono l’azione. Figure come Itamar Ben Gvir e altri esponenti dei movimenti dei coloni più radicali hanno contribuito ad alimentare un clima di contrapposizione permanente che rende sempre più difficile qualsiasi prospettiva di dialogo. Le aggressioni contro comunità palestinesi in Cisgiordania, l’espansione degli insediamenti, le intimidazioni contro villaggi e famiglie cristiane e musulmane rappresentano fatti che non possono essere minimizzati. La sicurezza di Israele non può essere costruita sulla negazione dei diritti altrui, così come il futuro dello Stato ebraico non può essere affidato a una logica di occupazione permanente e di conflitto senza fine. L’illusione che la forza militare possa risolvere definitivamente la questione palestinese è destinata a produrre nuovi conflitti. La storia insegna che nessun popolo può essere cancellato e che nessuna pace può nascere dall’umiliazione sistematica dell’avversario. Anche per questo cresce, all’interno della stessa società israeliana, il numero di coloro che guardano con preoccupazione alle conseguenze di una strategia fondata quasi esclusivamente sulle armi.
La pace come unica garanzia per il futuro
Papa Leone XIV ha richiamato più volte una verità tanto semplice quanto dimenticata: non si può invocare il nome di Dio per giustificare la guerra. Le religioni dovrebbero essere ponti tra gli uomini, non strumenti per legittimare l’odio, la violenza o il predominio di un popolo sull’altro. Israele ha il diritto di esistere e di vivere in sicurezza. I palestinesi hanno il diritto di vivere in libertà, dignità e pace. I cristiani della Terra Santa hanno il diritto di continuare a vivere nei luoghi che custodiscono da secoli senza essere costretti all’emigrazione o alla paura. Né Hamas né il fondamentalismo religioso dell’ultradestra israeliana possono rappresentare il futuro di quella regione. La guerra, le distruzioni e i massacri non garantiranno la sopravvivenza di Israele. Al contrario, rischiano di alimentare un isolamento internazionale crescente e di preparare nuove stagioni di terrorismo e di instabilità. Dopo quasi ottant’anni di guerre, conflitti e reciproche sofferenze, la vera sicurezza non nascerà da nuovi bombardamenti, da nuove occupazioni o da nuove rappresaglie. Nascerà soltanto dal riconoscimento reciproco di due diritti fondamentali: quello degli israeliani a vivere senza paura e quello dei palestinesi a vivere senza oppressione. È questa la sola strada capace di restituire un futuro alla Terra Santa e di spezzare finalmente la catena dell’odio che continua a insanguinare tutto il Medio Oriente.
(*)Giornalista
