Primo piano

L’idillio transatlantico? Forse non c’è mai stato

 

di Dario Rivolta (*)

Tra i circa 350 milioni di abitanti negli Stati Uniti ci sono un buon numero di eccellenze nel campo scientifico, economico, delle scienze sociali e in altre varie discipline. Ciò non toglie, tuttavia, che l’americano medio sia culturalmente piuttosto ignorante, oltre che totalmente mancante di esprit de finesse.  È principalmente a costoro che si rivolge il Presidente Donald Trump quando si esprime, verbalmente o per iscritto, con battute più o meno estemporanee. Sotto questa luce, pensando a chi sono realmente indirizzate, vanno interpretate le sue frasi idiote in merito a leader di paesi tradizionalmente alleati degli USA o perfino alla nostra Presidente del Consiglio. I suoi predecessori usavano toni e locuzioni significativamente diverse, ma non facciamoci illusioni: di là dalla forma più o meno educata e signorile, l’essenza dell’atteggiamento politico americano non è mai stato sostanzialmente differente verso noi europei, né cambierà in futuro. Come ha ben spiegato il gen. Mini in un’intervista a L’Antidiplomatico, da sempre, ogni dollaro che gli USA hanno lasciato a noi è sempre stato per il loro interesse politico ed economico. Comunque sia, come ho già avuto occasione di spiegare in un mio precedente articolo, l’apparentemente illogica estemporaneità del comportamento internazionale di Trump, segue, al contrario, logiche ben precise e chiunque sarà il futuro Presidente seguirà, nei fatti, la stessa strada impostata dal tycoon. Probabilmente con maggiore ipocrisia e buone maniere.

Prendiamo, ad esempio, la NATO. Le pressioni verso tutti i Paesi europei per aumentare i propri investimenti nella difesa (e quindi ridurre l’impegno americano) cominciarono già con i predecessori e la sola novità riguarda i termini ricattatori usati attualmente. Il fatto è che la situazione geopolitica e quella riguardante l’economia interna americana sono cambiate drasticamente dal dopoguerra a oggi. Il rischio rappresentato dall’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda è scomparso e, a differenza di quanto vogliono raccontarci alcuni leader europei, a Washington nessuno crede che la Russia pensi ad espandersi verso l’Europa. Ciò non significa che gli USA, né oggi né domani, vogliano rinunciare a esercitare la loro egemonia sull’Occidente. Semplicemente, continueranno a detenere il comando della NATO, a influenzare le nostre politiche e a gestire autonomamente il potenziale utilizzo delle armi atomiche americane distribuite in alcuni Paesi europei (tra cui L’Italia). Tuttavia, a causa dei loro problemi interni “devono” ridurre il loro impegno finanziario scaricandone una parte su di noi. È oramai da lungo tempo che hanno capito che il vero pericolo alla loro supremazia mondiale è oggi la Cina e che la vera grande partita si giocherà nel Pacifico e non più nell’Atlantico. Purtroppo per loro, hanno dovuto anche rendersi conto che gli Stati Uniti mancano oramai di una forte base industriale e di produzione di armamenti capace di fronteggiare una possibile minaccia cinese. Questo aspetto non è destinato a cambiare drasticamente durante l’attuale mandato presidenziale e richiederà l’attenzione di tutti i futuri governi di Washington. Trump, nel modo prepotente che gli è consono, ha cercato di favorire l’industria locale attraverso i dazi e obbligando gli stranieri a investire in USA, ma anche Biden vi aveva provato con due leggi che penalizzavano, in pratica, le importazioni rispetto ai prodotti locali. Un problema enorme riguarda proprio le industrie della difesa che avevano esternalizzato la produzione di molte armi avanzate e non sono ora in grado di garantire approvvigionamenti del materiale bellico in tempi ragionevoli. Come hanno dimostrato la guerra in Ucraina e (ancora di più) quella contro l’IRAN, l’entità delle scorte di munizioni strategiche, di armi di precisione a lungo raggio, di intercettori per attacchi aerei e per la difesa missilistica si sono rivelate una delle enormi vulnerabilità americane. Giusto per dare qualche esempio, i media americani hanno riportato la notizia che quasi l’intero arsenale di missili da crociera stealth JASSM-ER ha dovuto essere dirottato verso il Medio Oriente dai depositi situati nel Pacifico e in altre regioni a causa dell’impossibilità dell’industria americana di poter rimpiazzare con nuove riproduzioni quelli necessari per la guerra nel Golfo. Secondo quanto riportato, dei 2300 missili a lungo raggio disponibili nel periodo prebellico lo scorso marzo ne rimanevano disponibili solo 425. Se oltre alla produzione di armamenti generici aggiungiamo l’enorme divario nella capacità di costruzione navale tra gli americani e la Cina, diventa evidente che in un’ipotetica crisi su Taiwan gli Stati Uniti non sarebbero in grado di far fronte ad una guerra di lungo termine contro gli arsenali e la capacità produttiva dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese. Come non bastasse, tutte le più moderne armi, sia d’attacco che di difesa e quindi missili, aerei, droni, navi ecc., necessitano di enormi quantità di “terre rare” ed è risaputo che sia la Cina il quasi monopolista mondiale per la loro raffinazione. Sopperire autarchicamente o attraverso fornitori più affidabili richiede anni, se non decenni, e grandi investimenti. Qui si arriva all’altro punto di grande vulnerabilità statunitense che continuerà ben oltre il mandato di Trump: l’enorme debito pubblico. La guerra contro l’Iran nei suoi primi sei giorni è costata ben 11 miliardi di dollari e attualmente si stima vicino ai 29 miliardi. A ciò va aggiunto il costo dell’energia, stimato in altri 40 miliardi, costo che ha toccato anche i semplici cittadini. Per far fronte alla penuria di armamenti è stato chiesto al Congresso e al Senato di autorizzare per il 2027 un budget record per la Difesa di 1.500 miliardi di dollari, pari a un aumento del 42% rispetto all’anno in corso. Si tratterebbe del più grande incremento dalla Seconda guerra mondiale e l’ok non è ancora arrivato, salvo una preliminare votazione della Commissione della Camera che ha approvato solo la propria versione preliminare del National Defense Authorization Act (NDAA) per circa 1.150 miliardi di dollari. Anche il Pentagono nel solo mese di febbraio aveva richiesto un ulteriore aumento di 200 miliardi di dollari ma, secondo un organismo fiscale apartitico, il Commitee for a Responsible Federal Budget, con queste nuove spese il debito nazionale nel prossimo decennio potrebbe aggiungere circa 7 trilioni di dollari (inclusi gli interessi) al già enorme debito pubblico (circa 40 trilioni di dollari).

Tutto quanto sopra non scomparirà né cambierà con un nuovo Presidente ed ecco perché la politica intrapresa da Trump non potrà che essere portata avanti da chiunque gli succederà. Magari usando un linguaggio più diplomatico ma senza variazioni sostanziali.

Un altro punto importante nel quale ogni futura amministrazione americana seguirà le politiche trumpiane riguarda la difesa del dollaro quale valuta internazionalmente dominante. Oltre a cercare di arrivare ad un accordo con la Cina da un punto di forza negoziale il più possibile forte, Trump sta cercando di spingere le stable coins. Sia Pechino che Washington sanno che le loro economie sono interconnesse sotto molti aspetti. I cinesi hanno bisogno del mercato americano (attualmente ancora il loro primo mercato mondiale di esportazione) per combattere la loro crescente disoccupazione, la locale sovraproduzione di alcuni beni e la crisi debitoria in costante crescita. Gli americani necessitano assolutamente delle terre rare, quasi monopolio mondiale del Dragone, indispensabili a tutte le loro moderne tecnologie, anche negli armamenti. Senza contare la necessità di continuare a offrire beni a basso costo ai propri consumatori.

A differenza di altre valute digitali (quali i bitcoins), le stable coins sono basate sul dollaro e costituiscono uno dei tentativi di difendere la propria valuta come maggiore strumento per i pagamenti internazionali. È risaputo che la Cina e altri Stati stanno cercando da tempo un modo alternativo al biglietto verde per i pagamenti, se non altro per sfuggire al ricatto finanziario esercitato attraverso le sanzioni. Una delle strade seguite è la creazione di un metodo di pagamento interbancario alternativo allo Swift. Il sistema cinese si chiama CIPS (Cross‑Border Interbank Payment System) ma, accanto a esso, la Cina sta sviluppando anche mBridge, una piattaforma digitale basata su valute digitali delle banche centrali (CBDC), che rappresenta un’ulteriore alternativa tecnologica. Nonostante, ufficialmente, lo yuan rappresenti oggi solamente il 2,7% delle forme di pagamento internazionale, la realtà è che tutte quelle transazioni che passano attraverso il CIPS cinese non possono essere conteggiate e si stimano in valori molto superiori ai dati ufficiali. Se a ciò si aggiunge che le riserve nazionali di un crescente numero di Paesi precedentemente detenute in dollari sono in costante diminuzione, il bisogno di offrire forme di pagamento più economiche, più veloci ma pur sempre garantite da un substrato (cosa che valute digitali non stable non offrono) sarà un must per qualunque futura presidenza.

Tra gli obiettivi che Trump si era prefissato nell’acquisire il petrolio venezuelano e nel tentare di fare la stessa cosa con quello iraniano c’era, tra l’altro, la volontà di avere sotto controllo due tra gli importanti fornitori cinesi. Da un lato affinché la vendita di quel prodotto non potesse più continuare a essere pagata in yuan e dall’altro per poter aprire o chiudere i cordoni secondo la convenienza americana. È vero che salvo imprevedibili e importanti fatti nuovi la questione del petrolio iraniano si potrebbe considerare chiusa in modo non positivo per gli USA, ma saranno ricercate altre forme possibili per acquisire un qualche condizionamento negoziale di forza.

Ovviamente, un qualunque accordo con la Cina, l’introduzione di una valuta “stable”, la spinta per la re-industrializzazione, la nuova rincorsa agli armamenti e tutto quant’altro gli USA faranno accadrà senza il nostro coinvolgimento e, piuttosto, lo sarà “nonostante noi”, se non addirittura “contro di noi”. Siamo soltanto noi stupidi europei, guidati da incapaci o “venduti”, che ancora pensiamo che il problema sia Trump e che, dopo di lui, rinascerà un nuovo idillio transatlantico.

(*) Già parlamentare, analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali

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