L’occasione è “storica”. Lo dice chiaro Elly Schlein, chiudendo la direzione Pd, quasi puntando a definire una volta per tutte la posta in gioco per serrare i ranghi, del partito come della coalizione. “Siamo qui per costruire qualcosa di più largo di noi, perché l’Italia ha bisogno di un’alternativa credibile e quell’alternativa non può che essere plurale e aperta al futuro. E io sono convinta che insieme ci riusciremo”.
È quasi un imperativo categorico, visto che “dopo 20 anni abbiamo finalmente un’opportunità. L’opportunità di andare insieme ad un’alleanza progressista alle prossime elezioni, vincerle e cambiare finalmente il paese”. Nessuna volontà di chiusura, quindi. La leader non cita nemmeno il selfie scattato a tavola con Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, che tante polemiche ha creato, ma ribadisce la linea: “L’alleanza progressista è già una realtà. Se mai dobbiamo allargare ancora, non certo restringere”, insiste. Ecco perché, delineata la “cornice”, per “crescere ancora”, è necessario “aprirsi al contributo di nuove forze, alla società, alle energie migliori, alla passione, all’associazionismo, alle competenze”. Il lavoro sul programma, quindi, partirà da settembre: “Non facciamolo chiusi nelle nostre stanze, ma tra la gente, sui territori, tra le comunità”. Non una parola, poi, sulla scelta del leader, se non una rivendicazione che – nel non detto – parla chiaro: “Abbiamo rimesso i conti in ordine, abbiamo un patrimonio netto che è cresciuto, con un utile che è salito molto e che non si era mai visto prima, insomma, abbiamo fatto tanto”, dice parlando del lavoro fatto sul partito. Poi la postilla: “Lo dico perché ogni tanto, per come ci guardano da fuori, è come se noi non fossimo in grado di gestire il paese. Intanto, per quello che riguarda almeno quello che abbiamo dovuto gestire in questi 3 anni, direi che se fossimo nel privato ci avrebbero già dato un bonus”, la sottolineatura con vista su palazzo Chigi.
Il dibattito che segue la relazione della segretaria è franco, ma cordiale. Nessuno vuole alzare troppo i toni. Goffredo Bettini insiste sulla necessità di “allargare la foto” e di aprire a “un’area riformista”. Poi chiarisce: “Renzi per me sta nel centrosinistra. Mie strategie per escluderlo sono falsità”. Graziano Delrio ha a cuore un’altra questione: “Questo partito non appalta il riformismo ad altri, soprattutto se sono forze che non hanno costituito nulla. Noi non siamo un blocco con AVS e M5S, siamo il Pd. La prima questione per il Pd è assumere la complessità”, dice chiaro.
Intanto anche Giuseppe Conte prova a fare un passo in avanti sul fronte premiership: “Sul tavolo, oltre alle primarie ci sono anche altre soluzioni. Una soluzione potrebbe essere anche quella adottata nelle regioni. Noi non abbiamo mai fatto primarie nelle regioni, ma abbiamo di volta in volta, rispetto ai soggetti candidati, rispetto alle forze di coalizione, valutato tutti insieme qual era il candidato più competitivo. E a quel punto lì, se c’è un candidato più competitivo, siccome io devo andare a vincere, scegli quel candidato”, ragiona, forte dei suoi ‘giri’ da premier a palazzo Chigi. Il leader M5S, poi, continua a ‘rimandare’ l’ammissione di Renzi al campo largo: Se sarà dentro o meno “non è decisione da prendere adesso. Adesso è il tempo del programma e dopo sarà il momento di coinvolgere”, taglia corto. E il momento di scegliere la leadership”.
La replica del leader di Iv non si fa attendere: “Conte? Io ho molta ammirazione per chi è riuscito nel capolavoro di riportare le divisioni nel centrosinistra, mentre il centrosinistra era unito e il centrodestra si spaccava – taglia corto – Casa Riformista sarà sulla scheda elettorale, nel campo del centrosinistra per un’ipotesi alternativa senza che al Quirinale ci vada La Russa, Mantovano” o qualcun altro. Anche i suoi non la prendono bene: “Prendiamo atto che il professor Conte vuole fare gli esami di ammissione alla coalizione. Ma la politica – avvertono – non è l’università”.
