Politica

Il Generale Vannacci e il populismo di destra che sfida Meloni e il suo Governo

 

di Michele Rutigliano (*)

Il sondaggio pubblicato ieri da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera fotografa un dato politicamente interessante: una parte significativa del consenso raccolto dal generale Roberto Vannacci proviene dai ceti popolari e dai redditi più bassi, mentre oltre la metà dei suoi potenziali elettori continua a esprimere fiducia nell’attuale Governo. Apparentemente è una contraddizione. In realtà rappresenta uno dei tratti più tipici del populismo italiano. La storia repubblicana è attraversata da movimenti che si presentano come interpreti diretti del “Popolo” contro le élite, contro i partiti e contro la politica organizzata. Cambiano linguaggi, simboli e leader, ma resta immutata la promessa: abbattere il sistema e dare finalmente voce agli esclusi. “Futuro Nazionale” si inserisce in questa tradizione, pur collocandosi nell’area della destra identitaria. La sua forza non nasce tanto da un programma organico quanto dalla capacità di interpretare paure, insicurezze e delusioni di una parte di un elettorato che si sente da sempre trascurato dalla politica tradizionale.

Il paradosso di una destra che combatte soprattutto la destra

Il vero elemento di novità, però, è un altro. Futuro Nazionale non concentra il proprio attacco sulle opposizioni, ma soprattutto sui partiti che sostengono il Governo. Prima contro la Lega, poi contro Fratelli d’Italia e poi, indirettamente, contro l’intera maggioranza di centrodestra. È un fenomeno che merita attenzione. Per la prima volta, nella storia della Repubblica, governa una coalizione di partiti guidata da una forza politica proveniente dalla destra italiana che si richiama apertamente al Movimento Sociale Italiano e ad Alleanza Nazionale. Eppure, proprio da quell’area nasce ora una forte contestazione al Governo. Con critiche sempre più aspre e puntuali  per aver tradito molte promesse fatte durante gli anni in cui l’attuale maggioranza, e in particolare Fratelli d’Italia, stava all’opposizione. Ed è su questo terreno che si inserisce la strategia di Vannacci. La “destra autentica”, come lui stesso l’ha definita, prova a occupare lo spazio lasciato libero dalla destra che ora sta al  governo. La quale si è vista costretta, per ragioni istituzionali, internazionali ed economiche, a mediare, se non proprio a rinnegare, molte promesse fatte ai suoi elettori. Più il Governo assume un profilo pragmatico, più cresce lo spazio per chi rivendica coerenza assoluta e linguaggio radicale.

La protesta permanente e il trasformismo al potere

Il successo di Vannacci non può essere spiegato soltanto con le difficoltà economiche. E’ un fattore che nasce anche da un clima culturale in cui la sfiducia verso la politica si intreccia con la ricerca dell’uomo forte, del leader che promette di dire ciò che gli altri non osano dire. È il meccanismo classico del populismo italiano, che attraversa trasversalmente la storia repubblicana e riemerge ogni volta che il delicato meccanismo della rappresentanza entra in crisi. In questo quadro pesa anche l’evoluzione politica di Giorgia Meloni. Molti elettori che oggi guardano con interesse a Vannacci ritengono che il passaggio dall’opposizione al Governo abbia comportato compromessi e cambiamenti di linea su diversi dossier.  Dall’Europa ai vincoli internazionali, dalla politica economica alla gestione dell’immigrazione. Per una parte dell’elettorato, la distanza tra la forza comunicativa dell’opposizione e la prudenza dell’azione di governo alimenta la percezione di una promessa incompiuta. È proprio in questa frattura che Vannacci costruisce il proprio consenso. Non si presenta come l’alternativa alla sinistra, ma come l’alternativa alla destra che governa. È una distinzione politicamente sottile ma elettoralmente efficace. Esistono, naturalmente, anche ragioni più profonde.Decenni di impoverimento culturale, di crisi della partecipazione politica, di indebolimento dei corpi intermedi, (partiti, associazioni e sindacati) e di crescente sfiducia nelle istituzioni che hanno reso una parte dell’opinione pubblica più permeabile ai messaggi semplici e alle soluzioni immediate.

Non è una caratteristica esclusiva delle classi popolari, ma riguarda fasce sociali molto diverse accomunate tra loro da un sentimento di esclusione. La storia italiana insegna che il populismo prospera quando i grandi partiti smarriscono la capacità di educare, rappresentare e costruire una visione del futuro. In quel vuoto trovano spazio il leader carismatico, la protesta permanente e il richiamo a un popolo idealizzato che soffre per causa delle Élite. Il fenomeno Vannacci è dunque più di una vicenda personale. È il riflesso delle contraddizioni di una destra arrivata finalmente al Governo e chiamata a misurarsi con la realtà. Perché governare, da che mondo è mondo, significa scegliere, mediare e spesso rinunciare alle parole d’ordine o alle promesse da marinaio, che al popolino o alle masse piace tanto sentire.  Chi resta fuori dal Palazzo può invece continuare a promettere tutto a tutti. Ed è  proprio questa la regola più antica del populismo: trasformare ogni compromesso di chi governa in argomenti efficaci per avviare una nuova stagione politica, alimentata solo da rancori, recriminazioni e proteste.

(*) Giornalista

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