Economia e Lavoro

Vino: Uiv, continua netto calo export, serve strategia de-risking

Rimane negativo l’export di vino italiano nel mondo (-8,3% a valore nel primo trimestre) e l’atteso rimbalzo della domanda statunitense tarda ad arrivare. Complici – secondo l’Osservatorio Uiv – i dazi, la svalutazione del dollaro e soprattutto il calo strutturale dei consumi di vino oltreoceano, in trend negativo ormai da 5 anni. L’export del primo quadrimestre 2026 scende a valore di un altro 15,4% dopo la chiusura, lo scorso anno, a -9,2%.

“Da aprile 2025 a fine marzo 2026 – ha detto oggi a Roma nel corso dell’Assemblea nazionale il segretario generale di Unione italiana vini (Uiv), Paolo Castelletti – le nostre esportazioni verso gli Usa sono calate del 17%, per un gap tendenziale a valore di circa 340 milioni di euro. La tesi che gli americani anche con i dazi non rinunciano ai nostri prodotti è bella da raccontare ma nella realtà è sempre più difficile da gestire. Per il vino le tariffe sono la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma notiamo che anche altri comparti bandiera del made in Italy tradizionali sono andati in difficoltà; penso per esempio all’alimentare, alla meccanica, al mobile. L’imperativo oggi è moltiplicare la nostra presenza nel primo mercato al mondo attraverso i codici del commercio e non di quelli, preoccupanti, della politica”. In questo scenario, è emerso nel corso dell’assemblea dell’Uiv, il vino italiano è infatti sempre più chiamato a ridurre l’esposizione ai rischi geopolitici, commerciali e regolatori, in un’ottica di de-risking, a partire dal mercato interno europeo, ‘porto sicuro’ per la domanda di vino (+31% il trend delle esportazioni di vino italiano nell’Ue negli ultimi 6 anni, il doppio della media extra-Ue), ma ancora troppo frammentato da barriere tecniche, interpretazioni nazionali divergenti e dalla tendenza all’iper-regolamentazione. “Il vero costo dell’Europa, è la non-Europa. Le imprese europee non pagano solo il costo delle barriere interne, ma anche quello della frammentazione del mercato unico – ha dichiarato Carlo Alberto Carnevale Maffè, Professor of Strategy alla SDA Bocconi School of Management –. Nel solo agroalimentare, questa mancata integrazione vale circa 57 miliardi di euro: un costo nascosto che ricade ogni giorno sulle imprese sotto forma di adempimenti duplicati, regole non armonizzate, fiscalità divergente e oneri di conformità. Per aziende che competono su scala globale è paradossale dover affrontare, di fatto, 27 mercati diversi all’interno dell’Unione. Completare davvero il mercato unico non significa solo semplificare: significa restituire competitività alle imprese europee e liberare risorse per innovazione, investimenti e crescita”.

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