di Riccardo Bizzari (*)
C’è una categoria che sembra fare paura alla politica più di ogni altra: gli elettori che scelgono. Perché, diciamocelo, le preferenze sono un’invenzione diabolica. Costringono il candidato a fare una cosa ormai quasi rivoluzionaria: conquistarsi la fiducia delle persone. Molto più comodo un listino bloccato. Ti mette il capo in lista, ti sistema in una posizione eleggibile e il problema è risolto. Non devi convincere i cittadini: basta convincere chi compila le liste.
È la meritocrazia al contrario. Non conta chi studia, chi amministra bene, chi conosce le leggi, chi si spende sul territorio, chi raccoglie consenso autentico. Conta essere affidabile… verso il capo. O, meglio ancora, essere totalmente dipendente dal capo.
Perché un parlamentare eletto con migliaia di preferenze ha un piccolo difetto: ha una propria forza politica. Un parlamentare nominato, invece, ha un grande pregio: sa perfettamente a chi deve dire grazie. E la gratitudine, in politica, troppo spesso si traduce in obbedienza.
Si parla continuamente di rinnovamento, partecipazione, democrazia, centralità del cittadino. Poi, quando arriva il momento di restituire agli elettori la possibilità di scegliere le persone e non soltanto il simbolo, improvvisamente tutto diventa complicato.
Le preferenze costano. Le preferenze dividono. Le preferenze creano competizione.
Certo che la creano. La competizione tra chi vale e chi è stato semplicemente indicato. La competizione tra chi porta voti e chi porta fedeltà. E questo, evidentemente, spaventa.
L’ultima bocciatura dell’emendamento sulle preferenze alla Camera dimostra ancora una volta quanto il tema continui a fingere di dividere il Parlamento. Il voto segreto ha fatto emergere che in realtà le preferenze non le vuole nessuno (almeno degli spingitasto).
Ma il punto è un altro. Davvero qualcuno pensa che gli elettori siano così ingenui da non accorgersi della differenza? Chi si reca alle urne, e già oggi sono sempre meno, non è un suddito da accompagnare con il guinzaglio. È un cittadino che vorrebbe scegliere il proprio rappresentante.
Perché alle elezioni comunali scegliamo il consigliere? Alle regionali scegliamo il consigliere.? Alle europee scegliamo il parlamentare europeo?
Solo quando si tratta del Parlamento nazionale improvvisamente ci spiegano che non siamo abbastanza maturi per scegliere. Una strana teoria della democrazia.
In fondo il messaggio è semplice: “Tu vota il simbolo. Alle persone ci pensiamo noi.” È la politica del telecomando. Tu premi un tasto. Il canale lo decidono altri.
Naturalmente si dice che serve evitare il voto clientelare. È un’obiezione seria, che merita rispetto. Ma allora la soluzione dovrebbe essere selezionare candidati migliori e rafforzare i controlli, non togliere ai cittadini il diritto di scegliere. Perché abolire la libertà di scelta per paura di un cattivo utilizzo è come vietare le automobili perché qualcuno supera i limiti di velocità. La verità è molto meno nobile. Le preferenze rendono liberi. I listini bloccati rendono dipendenti.
E una politica composta da persone libere è infinitamente più difficile da controllare rispetto a una composta da nominati. Forse è proprio questo il problema.
Perché un eletto che risponde ai cittadini può perfino permettersi di dissentire. Un nominato, invece, sa che il suo vero collegio elettorale non è la piazza.
È la stanza dove si compilano le liste. Ed è lì che si decide il suo futuro.
Montesquieu scriveva che «perché non si possa abusare del potere, bisogna che il potere arresti il potere». Oggi verrebbe da aggiungere una postilla.
Perché non si abusi dei partiti, bisognerebbe che fossero gli elettori a scegliere i parlamentari. Non i parlamentari a scegliere gli elettori.
Il resto è soltanto una raffinata forma di cooptazione travestita da democrazia. Ed è questo, più del voto di ieri, a risultare davvero imbarazzante.
(*) Giornalista
