di Emilio Orlando (*)
Il 28 settembre sarà il giorno della verità. È attesa infatti per quel giorno la sentenza di primo grado del processo per il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore friulano ucciso al Cairo nel gennaio 2016. La Procura di Roma ha chiesto la condanna all’ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e a 17 anni di reclusione per gli altri tre imputati, Tarek Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Usama Morsi, tutti appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani. L’udienza davanti alla Prima Corte d’Assise di Roma ha segnato un altro passaggio verso la conclusione di un procedimento che dura da anni e vede imputati, in contumacia, i quattro 007 egiziani. All’ingresso del tribunale, l’avvocata della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, ha espresso amarezza dopo le arringhe difensive ascoltate nella precedente udienza. “Diciamo che è stata per noi una giornata molto dolorosa. È come dire, ovviamente dolore che si aggiunge a dolore. E poi il fatto che giustamente tra le regole processuali non possiamo replicare è un dolore che si condensa dentro di noi”, ha dichiarato la legale, riferendosi alle tesi sostenute dai difensori degli imputati, secondo cui Regeni sarebbe stato rapito da un gruppo terroristico e non dagli apparati di sicurezza egiziani. Ballerini ha poi richiamato il caso di Nessi Guerra, l’italiana fermata nei giorni scorsi in Egitto, manifestando solidarietà e preoccupazione. “C’è chi continua a dubitare che l’Egitto sia un Paese non sicuro, ma in realtà c’è un altro caso in questi giorni che preoccupa moltissimo che è quello di Nessi Guerra. Sì, ovviamente questa donna e la sua famiglia ha tutta la nostra solidarietà. Io ho sentito anche la collega e ci siamo reciprocamente scambiate solidarietà”.
Secondo la legale, quanto accaduto si inserirebbe in una precisa strategia di pressione. “Noi abbiamo imparato a conoscere e riconoscere le manovre di regime. Infine, guardando all’imminente conclusione del processo, Ballerini ha ricordato il lungo cammino affrontato dalla famiglia Regeni: “È stato un percorso interminabile. A ostacoli, in salita, sabbie mobili, tutto quello che mi viene in mente. Insomma, siamo resistenti e quindi arriviamo a sentenza a breve”.
Nel corso dell’udienza è intervenuta anche l’avvocata Annalisa Ticconi, legale difensore di Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, il maggiore delle forze di sicurezza egiziane per il quale è stata chiesta la condanna all’ergastolo. Contestando l’impianto accusatorio, la legale ha sostenuto: “Il carico probatorio portato dalla procura per contestare i reati si compendia in due blocchi: un primo segmento che è composto dagli atti che l’Egitto ci ha fornito poi abbiamo un secondo blocco, imputabile all’attività investigativa della famiglia Regeni svolta attraverso il suo legale. Io ritengo che siccome tutti questi testimoni sono legati in maniera indissolubilmente alla dissidenza nei confronti del regime di Al Sisi, siano inutilizzabili”. Nelle arringhe di lunedì, gli altri difensori avevano sostenuto che Giulio Regeni non sarebbe stato sequestrato dalla National Security, ma da gruppi terroristici attivi in Egitto nel 2016, escludendo responsabilità degli apparati di sicurezza e ribadendo che il Cairo avrebbe collaborato con la magistratura italiana nei limiti consentiti dalla legge. Una ricostruzione respinta dalla parte civile, che ha chiesto di confermare integralmente le richieste dell’accusa.
(*) La Presse
