Primo piano

La fabbrica del consenso: analisi critica della comunicazione strategica NATO

di Giuliano Longo (*)

 

Il dibattito sulla presunta “fabbrica della propaganda” della NATO non può essere liquidato come una mera invenzione giornalistica e nemmeno come una operazione di pura  controinformazione russa. Al contrario, poggia su basi strutturali concrete.

Negli ultimi decenni, l’Alleanza Atlantica ha istituzionalizzato la propria capacità di proiezione informativa attraverso la nascita di enti specializzati, come il NATO Strategic Communications Centre of Excellence (StratCom CoE) a Riga.

Non si tratta di fake news: i finanziamenti a think tank, le partnership con i media e l’addestramento alle operazioni psicologiche (PsyOps) sono elementi reali e documentati dell’architettura di sicurezza occidentale.

Questa impostazione ha radici storiche profonde

Fin dalla Guerra Fredda, la NATO ha integrato la guerra psicologica nella propria dottrina per contrastare le “misure attive” e la propaganda sovietica. Tuttavia, è stato con i conflitti nei Balcani negli anni ’90 e la successiva campagna in Afghanistan che l’Alleanza ha compreso la necessità di formalizzare la comunicazione per legittimare le proprie missioni “fuori area” di fronte alle opinioni pubbliche interne.

Questa evoluzione ha trasformato le vecchie tecniche di persuasione bellica in una moderna e strutturata “comunicazione strategica”, elevando di fatto l’informazione a un vero e proprio dominio operativo militare, al pari di quelli per terra, cielo e mare.

La valutazione di queste attività richiede comunque una distinzione netta tra propaganda coercitiva e comunicazione di difesa.

 Per la NATO, l’informazione è un pilastro della deterrenza

L’obiettivo dichiarato non è solo  l’inganno sistematico, ma la tutela della coesione interna e il contrasto alle minacce ibride provenienti da attori statali avversari. In un ecosistema democratico, queste operazioni sono parzialmente sottoposte al controllo parlamentare e al vaglio dell’opinione pubblica, dinamiche  che dovrebbero limitare la possibilità di condurre campagne di disinformazione occulta su larga scala, contro i propri stessi cittadini.

Il nodo critico emerge proprio qui.

La sovrapposizione tra informazione istituzionale e “guerra cognitiva” rischia di erodere la fiducia dei cittadini nei media tradizionali. Quando i think tank finanziati da governi o contractor della difesa, diventano le uniche fonti autorevoli nei dibattiti geopolitici televisivi e della stampa, il confine tra analisi indipendente e promozione di interessi industriali e militari si fa labile.

La militarizzazione dello spazio informativo come misura difensiva, rischia di omologare il dissenso interno nei paesi democratici, etichettando qualsiasi scetticismo verso le scelte della NATO come “propaganda nemica”.

Anche se la NATO non possiede o controlla direttamente network televisivi o giornali privati, il coinvolgimento delle “major” dell’informazione avviene attraverso tre canali trasparenti e documentati.

Collaborazioni e contributi diretti di divisioni specializzate con i centri di eccellenza della NATO (ad esempio, fornendo analisi congiunte sulla disinformazione). La partecipazione di giornalisti di spicco delle grandi testate a panel, conferenze e programmi di formazione organizzati dalla NATO stessa. La “moltiplicatori di informazioni” svolto da think tank legati all’Alleanza  i cui esperti firmano regolarmente editoriali e analisi sulle principali testate globali.

Nello specifico, la rete di diffusione di queste narrative coinvolge istituti e grandi testate occidentali che operano in costante osmosi con la comunicazione dell’Alleanza.

Think tank influenti come l’Atlantic Council o il Center for European Policy Analysis (CEPA) pubblicano analisi e formano esperti le cui opinioni dominano i flussi di agenzie di stampa come Reuters e testate di riferimento come il New York Times, il Washington Post o emittenti europee del calibro della tedesca Deutsche Welle.

Inoltre, la stessa divisione speciale BBC Monitoring (la branca della radiotelevisione pubblica britannica dedicata allo studio dei media globali) collabora attivamente alla stesura di rapporti accademici e strategici con il centro StratCom di Riga, agendo di fatto come interlocutore d’analisi privilegiato del blocco atlantico.

In conclusione, se è falso sostenere che la NATO fabbrichi falsità sistematiche per scatenare conflitti, è altrettanto ingenuo ignorare l’esistenza di una complessa macchina d’influenza culturale e comunicativa diffusa.

La sfida per le democrazie occidentali non è rinunciare alla propria difesa informativa, ma preservare quel pluralismo critico che impedisce alla comunicazione strategica di trasformarsi, a tutti gli effetti, in propaganda di Stato.

(*) Analista geopolitico ed esperto di relazioni internazionali

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