“Nonostante le forti incertezze generate dal conflitto in Medio Oriente e il timore di un marcato rallentamento dell’economia, il quadro congiunturale italiano si è dimostrato più favorevole delle attese. Nel nostro Paese, la presenza di un contesto produttivo che continua a mostrare segnali di miglioramento ha favorito il permanere di dinamiche positive del mercato del lavoro con gli occupati che hanno raggiunto il massimo storico (24,3 milioni), mentre la disoccupazione è scesa ai minimi, favorendo la crescita del reddito disponibile delle famiglie”. Lo rileva l’Ufficio studi di Confcommercio. Questo andamento “sostiene la ripresa dei consumi, che prosegue, seppur gradualmente, insieme al buon andamento del turismo, trainato soprattutto dalla domanda estera. Uno scenario, quindi, sostanzialmente positivo anche se permangono elementi di incertezza legati all’evoluzione del quadro geopolitico e ai possibili riflessi sui prezzi dell’energia e sull’inflazione nella parte finale dell’anno”. Alla luce di tutto ciò e dei risultati del primo semestre, l’Ufficio Studi Confcommercio “stima per il 2026 una crescita del Pil dello 0,9%, dei consumi dell’1,2% e un’inflazione media del 2,7%, pur prevedendo un secondo semestre meno dinamico del primo”.
Consumi cresciuti di 314 euro in 30 anni, sopra picco 2007 e pre-Covid
Nel 2026 la spesa reale pro capite per consumi ha raggiunto i 23.261 euro (era 19.877 euro nel 1995), con un aumento di 314 euro rispetto al 2025, superando i livelli pre-Covid ma anche il picco del 2007 (22.975 euro), anno di inizio della grande crisi finanziaria globale. La ripresa della domanda, favorita anche dalla progressiva crescita dell’occupazione e dei redditi, non ha consentito, però, il pieno recupero dei livelli di consumo per tutti i segmenti di spesa. È quanto emerge da un’analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio sui consumi delle famiglie italiane 1995-2026. “Tecnologia, telefonia e informatica guidano la classifica delle abitudini di consumo degli italiani con una crescita “monstre” della spesa pro capite, rispetto al 1995, di quasi il 3.200%. Molto sostenuti anche i consumi legati alla fruizione del tempo libero, in particolare per i servizi culturali e ricreativi cresciuti del 137%. Ad eccezione di questi due comparti, poche altre voci mostrano segnali strutturali di espansione: è il caso della ristorazione (+25,3%) e delle spese per viaggi e vacanze (+17,2%) che, comunque, non sono ancora tornate sui livelli pre-Covid”, spiega l’analisi. “In leggera flessione, invece, l’alimentazione domestica (-3,5% negli ultimi tre decenni), anche a causa delle dinamiche demografiche e della crescita dei pasti fuori casa, mentre tra i segmenti meno dinamici si confermano l’abbigliamento e le calzature (+6,2%), la cui domanda appare oggi più orientata verso capi a minore valore intrinseco (il cosiddetto fast fashion), e quello dei mobili e oggetti per la casa (+5,9%). La domanda di beni tradizionali rimane, dunque, contenuta nel 2026, indice di un atteggiamento di prudenza delle famiglie dettato prevalentemente dall’incertezza che caratterizza l’attuale contesto economico. Discorso a parte per l’energia domestica (-37,4%) in consistente contrazione per comportamenti di consumo più attenti, ma anche grazie ad un crescente utilizzo di prodotti e sistemi a risparmio energetico”, si legge inoltre.
Dopo il calo tra il 2006 e 201 graduale recupero per la spesa reale
La spesa reale pro capite, dopo il calo registrato tra il 2007 ed il 2019, “si è avviata negli ultimi anni verso un graduale recupero che dovrebbe concretizzarsi nella prima metà del 2026. Esso è stato favorito dai decisi progressi registrati sul fronte occupazionale, dal minimo di gennaio 2021 le persone impiegate nel processo produttivo sono aumentate di oltre 2,2 milioni, e reddituale. Il dato non deve, comunque, far trascurare alcuni elementi di criticità ancora presenti sul versante dei consumi. La ripresa della domanda, al momento sostanzialmente diffusa, non ha permesso il pieno recupero dei livelli di consumo per tutti i segmenti”. In termini di distribuzione dei consumi le analisi di lungo periodo evidenziano “chiaramente la progressiva terziarizzazione della spesa delle famiglie: meno beni fisici tradizionali (alimentazione domestica, vestiario, beni durevoli per la casa) e più servizi legati al tempo libero e alla tecnologia (pasti fuori casa, vacanze e tempo libero, informatica e comunicazioni”). Tecnologia, telefonia e informatica “si conferma la funzione di consumo che ha registrato la crescita più dirompente dell’intero trentennio: la spesa in volume per dispositivi informatici, telefonia e servizi connessi è aumentata da meno di 8 euro a 252 euro pro capite (numero indice circa 3.300 rispetto al 1995) imputabile anche al passaggio da beni di lusso/nicchia negli anni ’90 (primi cellulari, PC desktop) a beni di prima necessità e consumo continuo (smartphone, tablet, abbonamenti internet, cloud e device interconnessi)”. Anche i consumi legati alla fruizione del tempo libero “confermano, in termini quantitativi, una progressiva tendenza alla crescita. I volumi acquistati di beni e servizi inclusi al suo interno, sintetizzati in termini di indice, hanno segnato una crescita prossima al 50% dal 1995 al 2026 in termini reali. Tra i più dinamici, oltre ai prodotti audiovisivi, i servizi culturali, ricreativi e di intrattenimento che dopo la profonda crisi della pandemia stanno registrando performance molto positive che portano a una stima dei volumi acquistati di 637 euro nel 2026 rispetto ai 394 euro spesi del 2007”. Lo spostamento progressivo di budget dai beni fisici materiali all’esperienza ha portato alcune voci a registrare indici inferiori alla media dei consumi, “confermando un ridimensionamento del loro peso reale negli acquisti nelle famiglie nel corso degli anni”.
Meno spesa domestica per alimentazione e beni energetici
Confcommercio si riferisce “all’alimentazione domestica, la cui riduzione della spesa reale ha radici note: demografia e pasti fuori casa. Un discorso a parte può essere fatto per i consumi degli energetici ad uso domestico la cui riduzione in termini quantitativi è particolarmente accentuata. Se da un lato i progressivi e consistenti aumenti dei prezzi hanno spinto le famiglie a comportamenti più attenti, dall’altro la sostituzione con prodotti che, seppure tradizionali, incorporavano innovazioni volte al risparmio energetico hanno permesso nell’ultimo decennio una decisa riduzione dei volumi acquistati. Tra i segmenti meno dinamici, nonostante i modesti recuperi dell’ultimo biennio, si confermano l’abbigliamento e le calzature, su cui pesa una variazione strutturale della domanda, orientata oggi verso capi a minore valore intrinseco rispetto a una volta (il cosiddetto fast fashion) e i mobili e gli oggetti per la casa”. Relativamente al segmento dei viaggi e delle vacanze, dei servizi di trasporto e della ristorazione (pasti e consumazioni fuori casa), in cima alle preferenze dei consumatori negli ultimi anni, anche grazie al sostegno derivante dalla componente estera della domanda, “la decisa ripresa registrata dopo il brusco stop generato dalla pandemia non ha ancora permesso di compensare le perdite accumulate nel 2020: l’indice di consumo (base 100 nel 1995) per questi tre segmenti rimane, infatti, al di sotto dei livelli del 2019. La tabella 4 riporta la distribuzione della spesa a valori correnti, includendo pertanto anche l’effetto dei cambiamenti nei prezzi intervenuti negli anni considerati. Questo dato è importante perché – oltre a mostrare i mutamenti nelle abitudini di acquisto – indica il peso effettivo delle diverse voci sul budget annuale che una famiglia mediamente deve, può o vuole sostenere. Il dato più rilevante è legato al progressivo aumento dell’incidenza delle spese relative ai consumi inclusi nella macro funzione “casa” – al cui interno rientrano molte delle spese considerate “obbligate” – che si conferma la spesa principale per le famiglie passando da 25,8% nel 1995 al 28,9% nel 2026″. L’incremento della spesa per la casa “non ha bloccato la crescita dei consumi esperienziali. Ha, invece, accelerato un cambio di modello culturale, in cui le famiglie scelgono di mantenere una gestione più rigorosa della spesa sui beni materiali (abbigliamento, spesa alimentare ordinaria, arredi) pur di continuare a finanziare viaggi, ristorazione e cultura”.
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