di Dario Rivolta (*)
È risaputo che tra i vari Stati dell’area medio-orientale le amicizie, così come le ostilità, sono estremamente labili. A volte, le alleanze e le inimicizie più o meno dichiarate convivono tra loro e tra gli stessi soggetti, declinandosi secondo la convenienza del momento. Un caso che sembrerebbe contraddire questa ambivalenza è il rapporto tra i palestinesi e gli israeliani. Se ci sono due popoli, o forse più precisamente due governi, che si odiano da decenni pur fingendo più volte di voler arrivare a un accordo sono proprio loro. Entrambi hanno commesso e ricevuto atti di terrorismo da parte dell’antagonista, entrambi, in diverse occasioni, hanno dichiarato formalmente di voler convivere pacificamente ma entrambi hanno contraddetto con i fatti ogni ipotesi di intesa. Chi sostiene che uno tra i due abbia tutte le ragioni per giustificare il proprio comportamento e l’altro i torti si sbaglia. In realtà, sia i palestinesi che pretendono il riconoscimento della propria indipendenza sia gli israeliani che puntano a garantirsi la sicurezza di continuare ad esistere come Stato hanno delle buone ragioni, ma entrambi hanno anche torto. Tel Aviv non ha mai sinceramente accettato che potesse nascere ai propri confini uno Stato palestinese che non assomigliasse a un bantustan e, dall’altra parte, non solo Hamas e Hezbollah ma anche l’OLP non hanno mai onestamente riconosciuto la decisione dell’ONU che aveva deciso la creazione di Israele. I due gruppi armati sopra menzionati sono nati addirittura con l’obiettivo preciso (e dichiarato) che Israele dovesse sparire dalle carte geografiche e che la terra che va fino al mare fosse naturalmente loro e solo loro. I nazionalisti e gli ultra religiosi ebrei pensano la stessa cosa, ma con segno inverso. I primi credono di essere stati ingiustamente derubati, i secondi che tutto quel territorio sia la “terra promessa” donata a loro da Dio in persona.
Proprio questa ultima leggenda prevede, come suggerisce una certa interpretazione del Deuteronomio, che in tutta quella terra “assegnata” agli ebrei non ci debba essere posto per “alcun altro essere vivente” ed è esattamente ciò che sta dietro ai farneticanti disegni di alcuni ministri e forze politiche che sostengono il governo Netanyahu. Non a caso, qualche componente dell’attuale governo di Tel Aviv ha affermato a gran voce che Gaza deve tornare a ospitare insediamenti israeliani e la Cisgiordania deve essere lasciata tutta ai coloni. In altre parole formalmente si chiede che Hamas e Hezbollah disarmino ma ciò a cui si punta davvero è lo scacciare verso altri lidi i milioni di palestinesi che ancora vi risiedono. Quale possa essere la destinazione di questo forzato esilio non è un problema che tocca i governanti di Tel Aviv. È con questa volontà di “eliminazione” che si spiega la determinazione criminale con cui l’IDF sta agendo affamando, derubando, uccidendo e occupando abusivamente case e terreni di chiunque ancora “occupi” quei territori. Non è detto che tutti gli israeliani e, forse, nemmeno la maggioranza appoggino questa politica (lo vedremo però alle prossime elezioni) ma se questa è il punto di partenza è impossibile intravedere qualunque soluzione praticabile e tantomeno l’esistenza dei due Stati.
Al conflitto bilaterale, già di per sé complesso, si aggiungono anche gli interessi degli altri Paesi dell’area che, ognuno per proprio conto, puntano ad approfittare della crisi più che decennale per ritagliarsi un proprio spazio egemonico o vantaggi economici. Prima del 7 Ottobre 2023 il governo saudita era pronto a sottoscrivere il cosiddetto “Patto di Abramo” che avrebbe garantito una stretta alleanza politica ed economica tra Israele e i Paesi del Golfo in funzione anti-iraniana e avrebbe rinforzato la posizione di Israele nei confronti dell’atteggiamento ostile turco. L’operazione fallì perché, dopo la reazione delle truppe israeliane a Gaza e le crescenti prepotenze dei coloni in Cisgiordania le opinioni pubbliche arabe non l’avrebbero accettato. Oggi accade il contrario: turchi, sauditi e pakistani hanno stretto un patto di mutua difesa in caso di attacco da terzi e cioè proprio in funzione anti-israeliana. Quando finirà la stupida guerra (stupido aver pensato che l’Iran fosse come il Venezuela) lanciata dagli israeliani e gli americani contro l’Iran, non è nemmeno da escludere (anche se per ora sembrerebbe fantapolitica) che perfino l’Iran possa parteciparvi. Pensare, tuttavia, che il futuro del Medio-Oriente sia limpido e prevedibile sarebbe illudersi.
Come si diceva poco sopra, ognuno è, contemporaneamente, amico e nemico e lo dimostra il rapporto della Turchia con la Siria. Dopo aver contribuito in modo determinante alla nascita a Damasco del Governo di un ex (?) terrorista aiutandolo nel conflitto contro Assad e gli stessi Hezbollah, c’è da interrogarsi su quale sia oggi il vero rapporto di Ankara con questo ultimo gruppo. Il recente passato lascerebbe pensare che
Ankara appoggi Ahmed al-Sharaa in tutto e per tutto e costui di essere vorrebbe eliminare Hezbollah dalla faccia, eppure, seppur non ci siano prove certe, qualcuno sostiene che le armi di cui questo gruppo continua a godere nonostante l’Iran non possa più rifornirlo via Siria continuino ad arrivare dall’Iran ma questa volta via Turchia. Ovviamente, se ciò sta avvenendo, non si tratterebbe di un transito ufficiale, bensì di rifornimenti clandestini verso i quali i turchi chiuderebbero un occhio. Perché la Turchia dovrebbe accettare che il nemico di ieri continui ad armarsi addirittura con la sua complicità? Per la questione libanese.
È sotto gli occhi di tutti la strage che le truppe israeliane stanno conducendo indiscriminatamente contro civili libanesi e, anche se formalmente la ragione è solo quella di voler disarmare totalmente Hezbollah, il vero obiettivo di Tel Aviv è di eliminarlo anche come soggetto politico e poter poi esercitare una forte influenza sul futuro governo di Beirut. Questa possibilità è fumo negli occhi di Erdogan non solo perché, via Siria, ipotizza di esercitare un qualche potere sul Libano del futuro e magari controllare il porto di Tripoli, ma anche per motivi più strettamente economici legati al fatto che la Turchia vuole essere e rimanere l’unico hub energetico tra l’Europa ed il Medio Oriente. A questo proposito, va ricordato che ad Atene il 2 Gennaio 2020 Israele Grecia e Cipro firmarono un accordo per il gasdotto Eastmed che si dovrebbe estendere per 2000 chilometri tra le coste israeliane, Cipro e Creta per raggiungere la Grecia continentale e poi il resto d’Europa. Quel gas e il relativo petrolio giacciono nelle acque tra i tre Paesi e il Libano ma Ankara rivendica tutta quell’area come propria e ne pretende lo sfruttamento esclusivo. Come non bastasse, la Commissione Europea ha finanziato con 657 milioni di euro un progetto “strategico” di 1,9 miliardi di euro pensato per collegare le reti elettriche di Grecia, Cipro e Israele. Il progetto, chiamato Great Sea Interconnector, prevede un cavo elettrico sottomarino di circa 1200 chilometri che porterebbe anche Cipro all’interno di una interconnessione elettrica europea. Nel 2024 le autorità greche dovettero rinviare alcune fasi del programma dopo che navi militari turche erano state dispiegate in aree in cui era previsto operassero le navi di ricerca. In merito all’elettricità Ankara ha invece deciso di sviluppare un proprio progetto di collegamento elettrico sottomarino tra la Turchia e la repubblica Turca di Cipro del nord per poi possibilmente vendere elettricità anche alla Cipro europea.
Cosa c’entra in tutto questo il Libano? C’entra perché Eni e Total avevano lanciato nel 2020 un progetto chiamato Cronos che prevedeva la fornitura di gas libanese-cipriota-israeliano all’Europa a partire dal 2028. Questo gas era il frutto di un accordo già siglato tra Cipro, Israele e Libano per lo sfruttamento del gas e del petrolio che si trovano nelle acque prospicienti i tre. L’accordo tra i governi, tuttavia, non fu mai ratificato da Beirut proprio per l’opposizione di Hezbollah che lo impedì in funzione anti-israeliana. Qualora Hezbollah dovesse sparire come soggetto politico in Libano e soprattutto se Israele fosse in grado di imporre le proprie condizioni a qualunque futuro governo libanese, l’accordo raggiunto potrebbe tornare di attualità implicando la fine del monopolio turco sul passaggio di gas e petrolio dall’oriente verso l‘Europa. Se la Cipro europea diventasse un hub per il gas del mediterraneo orientale aumenterebbe la diversificazione europea, la Grecia rinforzerebbe la sua funzione di passaggio e l’Italia potrebbe poter contare su una nuova fonte di forniture via tubo in sostituzione di quella russa abbandonata per motivi politici. Anche Qatar e Stati Uniti ne uscirebbero penalizzati perché il loro gas liquefatto, visto il suo costo più elevato di quello che arriverebbe via tubo, sarebbe del tutto fuori mercato.
Come spesso succede, le motivazioni vere dietro certe malefatte e certe guerre non sempre coincidono con quelle dichiarate ma non per questo sono meno decisive.
(*) Già parlamentare, analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali
