Esteri

Venezuela post-Maduro: l’accordo dei 65 miliardi di barili e il ritorno americano

di Michelangelo Meta

 

65 miliardi di barili di petrolio, per un totale di 1,5 milioni di unità al giorno. In altri termini, un quinto della totale riserva petrolifera venezuelana. Questa sarebbe l’entità dell’accordo stipulato il 28 agosto tra Caracas e la North American Blue Energy Partners (NABEP). Un contratto di rilevanza storica, con diritti di sviluppo per la compagnia energetica su 17 campi petroliferi e con la partecipazione diretta della Casa Bianca alla gestione e ai profitti dell’intera operazione. Una boccata d’aria fresca per l’amministrazione Trump, sotto pressione per l’aumento vertiginoso dei costi energetici post-Hormuz. Oltre che sui consumi interni, si riscontrerebbero benefici anche sull’occupazione, garantendo alle raffinerie della Gulf Coast maggiore accesso al greggio venezuelano, più pesante di quello prodotto negli Stati Uniti. Una prospettiva certamente invitante, soprattutto a ridosso delle elezioni di mid-term.

L’accordo, però, non nasce dal nulla. Nuove condizioni politiche ed economiche hanno infatti favorito la penetrazione americana nel mercato venezuelano. Cardine della svolta, la riforma della legge sugli idrocarburi, con l’introduzione della nuova Ley Orgánica de Hidrocarburos voluta dalla Presidente ad Interim Delcy Rodriguez e confermata a gennaio dall’Assemblea Nazionale. Una riforma che segna una cesura con la fase di stagnazione produttiva dell’era Maduro, contrassegnata da anni di inefficienza e sanzioni internazionali. In rottura con il modello chavista, basato sul controllo pubblico e sulla gestione nazionale delle risorse strategiche, viene così garantita una maggiore autonomia alle compagnie private, con la fine del monopolio statale e possibilità di commercializzazione diretta con le firm straniere. Il tutto con l’avallo statunitense, che ha allentato le sanzioni sugli asset venezuelani e ampliato le licenze commerciali del Tesoro, facilitando la ripresa dei rapporti energetici con Caracas. Nel solco tracciato dal nuovo assetto petrolifero si inseriscono gli accordi stipulati il 2 settembre con le protagoniste internazionali, tra chi ha consolidato la propria posizione, come Eni e Repsol, e chi, come Chevron, è ritornato a fare affari con il Venezuela.

Tuttavia, ricondurre l’intera operazione ad esigenze commerciali rappresenterebbe cosa riduttiva; dagli albori dell’industria petrolifera, infatti, l’intreccio tra politica e oro nero ha rappresentato una costante negli equilibri internazionali: la teoria dei due emisferi petroliferi nel contesto del Piano Marshall, gli oil shocks degli anni Settanta e Hormuz ne costituiscono un esempio. Sotto questa lente, l’accordo venezuelano assume una connotazione evidentemente geopolitica, con la progressiva riaffermazione della dottrina Monroe sull’emisfero occidentale, con il diritto alla prelazione al greggio di Caracas e l’acquisizione di asset appartenuti a Mosca e Pechino, consolidando la proiezione di potere americana nello storico “cortile di casa”.

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