di Michelangelo Meta
Nella giornata del 2 settembre, l’Eni ha stipulato un contratto con le autorità governative di Caracas, rafforzando la propria presenza nella fascia dell’Orinoco. L’intesa si colloca nel nuovo corso politico venezuelano, tracciato dalla destituzione di Nicolas Maduro e dalla nuova riforma del settore petrolifero, che di fatto ha liberalizzato un mercato completamente regolato dallo Stato. Stipulato in presenza del CEO Descalzi, della Presidente Rodriguez e del Segretario americano all’Energia Wright, l’accordo stabilisce il passaggio di Eni dall’ “empresa mixta” con l’ente di stato PDSVA al nuovo regime di CCHP, (Contrato de Participación Productiva de Hidrocarburos). In altre parole, da un modello di joint venture, Eni diverrebbe per 25 anni Operatore esclusivo di un gigantesco sito petrolifero, il Junin-5, con esclusiva responsabilità sul piano operativo, finanziario e commerciale dell’intero progetto. L’accordo, secondo Descalzi, aumenterebbe la produzione petrolifera del gruppo nel Paese, passando dagli attuali 12.000 bpd alle 200.000 unità giornaliere. I benefici dell’accordo si legano quindi alle rilevanti opportunità di crescita e redditività per il gruppo italiano, oltre che al rafforzamento della sua presenza upstream a livello globale.
Ma quali i risvolti per la sicurezza energetica italiana?
In un’epoca di grandi stravolgimenti geopolitici, il rafforzamento di Eni in Venezuela potrebbe garantire per l’Italia una minore esposizione agli shock energetici: la presenza consolidata in un Paese dalle elevate capacità produttive potrebbe assicurare una maggiore flessibilità in caso di shortages o crisi di prezzi. Ma questo non è un passaggio automatico: il petrolio estratto dai pozzi venezuelani potrebbe infatti essere destinato ad altri mercati, considerata la piena integrazione di Eni alle logiche commerciali globali. D’altra parte, non bisogna dimenticare la partecipazione statale all’azionariato del Cane a sei zampe, stimata al 33% attraverso MEF e CDP: pur operando come società quotata, Eni mantiene infatti un forte legame con lo Stato italiano, oltre a svolgere un ruolo di primaria importanza nella filiera energetica nazionale. Per tali motivi, in presenza di interruzioni improvvise, disporre della produzione direttamente controllata di giacimenti così importanti potrebbe rappresentare un asset fondamentale per la sicurezza energetica del Paese.
Per il consumatore, invece, i vantaggi sarebbero più indiretti, se non incerti: bisogna infatti considerare la composizione del prezzo finale del carburante, su cui insiste una pluralità di fattori relativi all’imposizione fiscale, ai tassi di cambio, al trasporto e infine ai costi di raffinazione (particolarmente necessaria per la qualità del greggio venezuelano).
Pertanto, il valore dell’accordo sarà definito dalla capacità di Eni di allocare investimenti strategici nel settore, garantendo competitività nella produzione e nell’esportazione nella prospettiva di sviluppare in pieno il potenziale di Junín-5.
