Cronaca

Attentato Ranucci: Lavitola, con lui cercavo riscatto sociale. Volevo proteggerlo

di Emilio Orlando

(LaPresse) – “Ho fatto tutto questo per proteggere Ranucci da un attentato di cui avevo notizie. C’era la necessità di proteggerlo tanto che per due mesi dopo i fatti di ottobre ho chiamato Ranucci per chiedere che la scorta fosse alzata di livello”. È questa la dichiarazione spontanea, considerata di particolare rilievo, resa da Valter Lavitola davanti ai giudici del Tribunale del Riesame di Roma, secondo quanto riferito dai suoi difensori, gli avvocati Sergio e Arturo Cola, al termine dell’udienza nella quale l’ex faccendiere, ritenuto il presunto mandante dell’attentato contro il conduttore di Report Sigfrido Ranucci, ha ricostruito la propria versione dei fatti. Per la difesa il movente dell’intera vicenda resta estraneo a qualsiasi finalità politica. “L’obiettivo era proteggere Sigfrido Ranucci da un attentato del quale Lavitola aveva avuto notizia. Ha ribadito il profondo rapporto di amicizia che li legava e la convinzione che fosse necessario tutelarne l’incolumità”, hanno spiegato i legali, sostenendo che il loro assistito avrebbe agito esclusivamente per ragioni di sicurezza personale del giornalista. In quest’ottica vengono richiamati anche i contatti telefonici intercorsi dopo l’esplosione di Torvaianica. Secondo i difensori, tra ottobre e dicembre Lavitola avrebbe chiamato ripetutamente Ranucci per sollecitare un rafforzamento delle misure di protezione. “Quelle chiamate – hanno precisato gli avvocati – non hanno nulla a che vedere con un presunto progetto politico. L’eventuale aumento di notorietà di Ranucci era già avvenuto e da quel momento l’unico scopo era garantirne la sicurezza”. La difesa respinge infatti la ricostruzione della Procura di Roma, secondo cui l’attentato sarebbe stato funzionale a favorire una futura candidatura politica del giornalista. Nel corso delle dichiarazioni spontanee Lavitola avrebbe inoltre ammesso che dall’amicizia con Ranucci derivò anche un vantaggio personale. “Ha parlato di un riscatto sociale di cui sentiva il bisogno dopo le note vicende giudiziarie che lo hanno coinvolto. È stato un beneficio collaterale che non ha nascosto, ma diverso dal movente contestato dall’accusa”, hanno riferito Sergio e Arturo Cola. Sulle modalità dell’attentato, i difensori hanno precisato che il loro assistito “si è assunto ogni responsabilità sulle modalità esecutive del delitto, ma ha chiarito che l’idea della bomba apparteneva a Gomez, al quale aveva affidato un mandato in bianco”. Secondo l’avvocato Sergio Cola, Lavitola avrebbe incaricato Gomez di gestire la vicenda senza indicare come intervenire, confidando nella sua esperienza nel settore della sicurezza internazionale. La difesa ha infine chiesto la sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari in un’abitazione di Noepoli, in Basilicata. Nella memoria di 72 pagine depositata al Riesame viene inoltre sollevata l’eccezione di incompetenza territoriale, sostenendo che il procedimento dovrebbe essere attribuito alla Procura di Avellino e, per attrazione distrettuale, a quella di Napoli. I giudici si sono riservati la decisione.

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