Primo piano

11 settembre: sopravvissuta, io salva grazie al fato, ne porto sempre il pensiero con me

di Andrea Capello

(LaPresse) – Dalla favola all’incubo, al lieto fine. L’11 settembre 2001 Martina Gasperotti si trovava a New York per seguire un corso di inglese all’università. Allora aveva 28 anni, ed era arrivata nella ‘Grande Mela’ tre giorni prima: l’11 sarebbe stato il suo primo giorno di scuola. Complice il fuso orario ancora da smaltire, Gasperotti si era svegliata all’alba e aveva deciso di andare al World Trade, Center dove la sera aveva intenzione di farsi un regalo, una cena al ristorante panoramico in cima a una delle due torri. L’igienista dentale di Reggio Emilia si trovava all’ingresso della Torre Nord e aveva intenzione di salire in ascensore, che “al pelo” però non ha mai preso. In quel momento infatti è avvenuto lo schianto del primo aereo. “Sono stata richiamata dalle urla, dalla gente che correva, e quindi sono uscita subito per vedere cosa stesse accadendo”, racconta a LaPresse. A un quarto di secolo di distanza il suo ricordo dell’accaduto resta vivido. “Per me – afferma – l’11 settembre è sempre una giornata particolare, sono passati 25 anni e le cose cambiano, a volte migliorano, a volte peggiorano, ma siamo qui a parlarne, quindi è finito tutto bene”. Il pensiero di quanto accaduto comunque non può essere cancellato: “C’è più o meno sempre, alcuni giorni sì, altri no, ma il mio 11 settembre lo porto con me sempre”. Gasperotti mette poi l’accento sulla grande solidarietà dei newyorkesi, che fu “immediata”. “Non c’era una persona che si faceva i fatti suoi – racconta -, c’era chi offriva dell’acqua, chi delle monetine per telefonare perché le linee non funzionavano, chi dei teli bagnati per pulirsi. Sono stati un popolo meraviglioso”. Uno “spirito di corpo”, un “senso di sentirsi tutti uniti”, che in Italia “un po’ manca e questo mi rammarica”. Gasperotti, che è tornata a New York in occasione del primo e del decimo anniversario degli attentati, spiega che “sinceramente non mi sono mai sentita in colpa perché sono sopravvissuta e qualcun altro no, si tratta del fato, della sorte. Se è la tua ora è la tua ora, soprattutto in questi eventi catastrofici”. Un’esperienza elaborata “vivendo giorno per giorno e cercando sempre la felicità” tramite “scopi per cui vivere e andare avanti al meglio. Progettare, programmare e, perché no, fare anche dei cambiamenti: il mio è stato fondamentalmente di testa”.

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