di Balthazar
Mentre Washington prova a soffocare l’ascesa tecnologica di Pechino a colpi di banni sui chip per l’Intelligenza Artificiale e stringenti controlli sulle esportazioni, la battaglia per la supremazia mondiale nell’AI trovando il suo snodo più cruciale in un luogo inaspettato: la borsa di Hong Kong.
Non si tratta solo di codice o potenza di calcolo, ma di masse enormi di capitale.
Qui emerge il paradosso perfetto della competizione strategica globale tra Stati Uniti e Cina: mentre la geopolitica traccia confini sempre più netti e minaccia il “decoupling” di un’economia che sarebbe in grado di crescere senza un corrispondente aumento della pressione ambientale – i grandi fondi d’investimento americani, svizzeri, emiratini e asiatici continuano ad affollare Hong Kong per comprare un pezzo del futuro tecnologico cinese.
Il caso di Moonshot AI ne è l’esempio più eclatante.
Fondata in sordina appena tre anni fa a Pechino e creatrice del modello linguistico Kimi, la startup ha presentato una quotazione a Hong Kong puntando a raccogliere 3 miliardi di dollari, su una valutazione monstre che tocca i 50 miliardi. Ma non si tratta di un evento isolato.
Segue a ruota i debutti di pionieri come Zhipu AI e MiniMax, affiancati dai produttori di chip dedicati Biren Technology e Iluvatar CoreX, fino ai colossi della robotica e della guida autonoma. Ciò che all’inizio dell’anno sembrava un semplice fermento passeggero, si è trasformato in una vera e propria rincorsa al listino: nei soli mesi tra dicembre e gennaio, le aziende della filiera dell’IA hanno incassato a Hong Kong 4,9 miliardi di dollari.
La sfida strategica per Pechino, infatti, non riguarda gli ingegneri o la quantità di dati – risorse che non le mancano – quanto la sostenibilità finanziaria.
L’IA di frontiera divora risorse finanziarie ben prima di produrre utili. Modelli come Kimi K3, che richiedono infrastrutture di data center imponenti, hardware avanzatissimo e stipendi da capogiro per trattenere i migliori talenti. La startup capital, pur imponente (con colossi come Alibaba, Tencent e China Mobile in prima linea), non basta più. Serve la liquidità dei mercati pubblici.
In questo quadro, Hong Kong si reinventa come ponte insostituibile. Grazie a riforme mirate come il Capitolo 18C – che permette alle aziende ad alta tecnologia di quotarsi prima ancora di registrare profitti e alla riservatezza garantita nelle prime fasi di listing per proteggere la proprietà intellettuale – la città offre una corsia preferenziale.
E gli investitori internazionali rispondono immediatamente, attratti dai tassi di crescita impressionanti (Zhipu ha visto i ricavi del primo semestre impennarsi del 400%, MiniMax del 283%) e dai rialzi a tripla cifra al debutto.
E’ quindi evidente che difficilmente la discussione sui pericoli della IA per l’intera umanità ,possa prevalere sugli enormi interessi finanziari globali che – come direbbe il vecchio Marx “detengono gli strumenti di produzione” – e qundi un potere che va ben oltre la sfera economico finanziaria e tecnologica.
