Cronaca

Amministrazione penitenziaria della Campania sotto accusa: “Maltrattamenti e lesioni pluriaggravate”. L’orrore nel carcere di Santa Maria Capua Vetere

Molteplici torture pluriaggravate ai danni di numerosi detenuti, maltrattamenti pluriaggravati, lesioni personali pluriaggravate, falso in atto pubblico (anche per induzione) aggravato, calunnia, favoreggiamento personale, frode processuale e depistaggio. Sono questi i reati contestati, a vario titolo, a 52 soggetti nei confronti dei quali sono state eseguite ordinanze applicative di misure cautelari personali. Si tratta di persone in servizio in diversi uffici del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria della Campania, principalmente nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta).
Sono otto le persone finite in carcere, un ispettore coordinatore del reparto Nilo e sette assistenti o agenti di polizia penitenziaria in servizio nell’istituto del casertano. Per 18 persone è stata disposta la misura degli arresti domiciliari. Si tratta del comandante del nucleo operativo traduzioni e piantonamenti del centro penitenziario di Napoli Secondigliano, del comandante dirigente pro tempore della polizia penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere, della commissaria capo responsabile del reparto Nilo, di un sostituto commissario, di tre ispettori coordinatori sorveglianza generale nell’istituto e di 11 assistenti o agenti della polizia penitenziaria, sempre in servizio a Santa Maria Capua Vetere. Altri tre ispettori di polizia penitenziaria sono stati raggiunti dalla misura dell’obbligo di dimora, mentre per altri 23 soggetti è stata disposta la misura dell’interdizione della sospensione dell’esercizio del pubblico ufficio tra i cinque e i nove mesi. Tra questi c’è anche il provveditore dell’amministrazione penitenziaria della Campania Antonio Fullone. Le indagini riguardano gli eventi del 6 aprile 2020. Secondo la procura di Santa Maria Capua Vetere in quel giorno nel carcere di Santa Maria Capua Vetere ci furono delle “violenze” ai danni dei detenuti dopo delle manifestazioni di protesta dei reclusi nelle giornate del 9 marzo e del 5 aprile 2020, ribellioni avvenute in pieno lockdown.
Due proteste, la prima il 9 marzo 2020 contro la restrizione dei colloqui personali imposta per contenere la diffusione del Covid-19, e la seconda il 5 aprile, in pieno lockdown, con i ristretti nel reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) preoccupati per la notizia che un detenuto era risultato positivo al Covid-19. Una lunga protesta, quest’ultima, con i detenuti barricati fino a sera, ma rientrata nello stesso giorno. È il 6 aprile, all’indomani della ribellione dei detenuti, il giorno in cui viene organizzata una perquisizione straordinaria e generalizzata, nei confronti della quasi totalità dei detenuti (292 persone) del reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere, intervento operato da circa 283 unità, personale del penitenziario di Santa Maria Capua Vetere ma anche del gruppo di supporto agli interventi, istituito alle dipendenze del provveditore regionale per la Campania. L’ipotesi, su cui si concentra l’inchiesta della procura sammaritana è che la perquisizione sia stata posta in essere a scopo “dimostrativo, preventivo e satisfattivo”, finalizzato a recuperare il controllo del carcere, e “dare il segnale minimo per riprendersi l’istituto, motivare il personale dando un segnale forte”. La perquisizione era stata eseguita “senza alcuna intenzione di ricercare strumenti atti all’offesa” scrive la procura, spiegando che, per la quasi totalità dei casi, dalle immagini degli impianti di videosorveglianza era emersa “una realtà caratterizzata dalla consumazione massificata di condotte violente, degradanti e inumane, contrarie alla dignità e al pudore delle persone recluse”.
Alle violenze si sono unite pratiche volutamente umilianti: gli agenti avrebbero anche costretto i detenuti a inginocchiarsi sotto i colpi sferrati con il manganello, con calci, pugni, schiaffi e perfino prolungati pestaggi, durante i quali “i detenuti sono stati accerchiati e colpiti da un numero esorbitante di agenti, anche quando si trovavano inermi al suolo”. Le percosse, volutamente violente, hanno lasciato segni sui detenuti: sulla base delle consulenze medico-legali disposte dal Pm su 15 reclusi, a distanza di circa 10 giorni dall’evento, si evidenziavano ancora ecchimosi violacee su varie parti del corpo. Accertati anche traumi psichici. La procura parla di “condizioni di estrema prostrazione psicologica e di vero e proprio terrore nei riguardi dei loro carcerieri, elemento quest’ultimo attestato dalla estrema ritrosia manifestata nella proposizione di denunce o querele, di fatto presentate solo da una sparuta minoranza delle vittime”. Ma non è tutto. Ai detenuti era stata rasata la barba e gli erano stati tagliati i capelli. Pratiche disumane erano emerse anche in una perquisizione operata il 9 aprile 2020, tre giorni dopo i fatti. Alcuni detenuti non avevano ricevuto biancheria da bagno e da letto, né lenzuola o cuscini. Alcuni ristretti non erano stati visitati e comunque non era stata prescritta loro alcuna terapia, benché presentassero evidenti ecchimosi e contusioni. Impediti anche i colloqui telefonici con i familiari, all’oscuro dello stato di salute dei loro cari.
“Domani chiave e piccone in mano”. “Li abbattiamo come i vitelli”. “Domate il bestiame”. Sono alcuni dei messaggi che si erano scambiati gli agenti di polizia penitenziaria prima della violenta ‘perquisizione’ contro i detenuti operata nella giornata del 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Si tratta di chat e altre comunicazioni ottenute grazie al sequestro degli smartphone degli agenti da cui emergono ulteriori riscontri sulle violenze perpetrate nei confronti dei detenuti, “Saranno subito abbattuti”, si dicono ancora, e poi, dopo aver organizzato la perquisizione al reparto Nilo: “4 ore di inferno per loro”, si scrivono e ancora: “Non si è salvato nessuno”, “Applauso finale dei colleghi di Santa Maria”, “Ci siamo rifatti. 350 passati e ripassati”, “È stato necessario usare forza fisica…”, “Qualche ammaccato tra i detenuti, cose normali”, “Abbiamo messo a tacere i vari disordini e tutto ciò che li creava”, “È stato necessario il manganello”. Anche nei giorni successivi al 6 aprile le comunicazioni andavano avanti e con toni simili, nonostante le azioni violente avessero provocato traumi fisici e psicologici ai detenuti.
Tra i reati contestati agli indagati per le presunte violenze commesse il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) ci sono anche la calunnia, il falso ideologico e il depistaggio. Condotte che sarebbero state poste in essere da numerosi indagati per coprire i delitti consumati. Foto false, scattate in celle vuote, per simulare il ritrovamento nell’istituto penitenziario di strumenti con cui i detenuti avrebbero potuto usare contro gli agenti di polizia penitenziaria, erano una “messa in scena – scrive la procura sammaritana – finalizzata ad accreditare la tesi secondo cui le lesioni subite dai detenuti fossero causate dalla necessità di vincere la loro resistenza”. Le fotografie manomesse sarebbero state prodotte successivamente anche dal provveditore regionale per la Campania del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, produzione operata “allo scopo – scrive il Gip – di giustificare postumamente la perquisizione del 6 aprile 2020 e le violenze avvenute nella medesima data”. Si trattava di “artificiose alterazioni di una pluralità di documenti, utilizzati e da impiegare come elemento di prova, azione diretta ad occultare e conseguire l’impunità dei delitti oggetto delle indagini”.
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