Politica

Meloni, Trump e la “fuzzy math” della Difesa: cosa c’è davvero dietro l’accordo Nato del 5%

di Viola Scipioni

Il vertice Nato appena concluso a L’Aia ha lasciato un’immagine chiara: Donald Trump vincente, Giorgia Meloni accondiscendente, e l’Italia pronta a sventolare un impegno finanziario che nei fatti potrebbe rimanere più sulla carta che nei bilanci reali. Il famoso “5% del PIL per la Difesa”, traguardo imposto da Trump e sottoscritto dai partner occidentali, è diventato il vessillo del nuovo equilibrio transatlantico, ma dietro ai numeri si nasconde una realtà fatta di contabilità creativa, contraddizioni politiche e malumori interni.

Trump, forte di un ritorno sulla scena internazionale in versione presidenziale, ha portato a casa quello che voleva: una cifra simbolica che certificasse la sua capacità di “piegare” l’Europa. E Meloni, accanto a lui durante la cena dei leader alla presenza di Zelensky, Rutte, Erdogan e il re dei Paesi Bassi, ha ribadito che l’impegno del 5% è «sostenibile e necessario». Eppure, solo pochi mesi fa, il ministro della Difesa Guido Crosetto lo definiva «impossibile», spiegando agli alleati statunitensi che si trattava di una richiesta fuori scala.

La chiave per comprendere il cambio di rotta è tutta nell’artificio contabile introdotto dal Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Seguendo l’esempio della Danimarca, che aveva già ritoccato le sue spese difensive inserendo voci poco attinenti agli armamenti, anche l’Italia ha iniziato a “gonfiare” il budget Nato: pensioni dei militari, operazioni della Guardia Costiera, fondi delle imprese nel comparto difesa. Tutto rientra nel computo per raggiungere quel 2% già nel 2025, con un occhio al 5% del 2035. Il tutto senza spendere un euro in più. O quasi.

Una manovra che ha fatto storcere il naso persino all’ambasciatore americano Tilman Fertitta, che ha parlato di “fuzzy math”, matematica confusa. Ma la Casa Bianca non si è opposta: l’Italia resta uno dei partner più affidabili in termini di contingenti e garantisce importanti ritorni industriali alle aziende statunitensi del settore bellico.

Intanto, sul fronte politico interno, l’intesa di L’Aia crea grattacapi. Matteo Piantedosi, Ministro dell’Interno, ha espresso perplessità per l’inserimento di 14.000 carabinieri nelle spese Nato, personale finora impiegato in operazioni di sicurezza urbana. Il rischio è che, per rispettare i target operativi dell’Alleanza, quei carabinieri debbano essere distolti dal controllo del territorio per addestramenti e missioni, mettendo in difficoltà la gestione della sicurezza nelle città italiane.

Anche Elly Schlein ha cercato di cavalcare la questione, criticando duramente la linea della premier. Ma nel tentativo di evidenziare l’enormità delle spese, è incorsa a sua volta in un eccesso propagandistico, stimando 445 miliardi in più in dieci anni: cifra tecnicamente corretta su base cumulativa, ma fuorviante nel dibattito sulla sostenibilità economica.

Il vertice olandese si è svolto in un clima teso, tra incognite sul futuro del conflitto in Medio Oriente, con la fine della breve guerra tra Israele e Iran, e rapporti gelidi tra Trump ed Emmanuel Macron, che pure ha accettato un timido disgelo con un colloquio telefonico alla vigilia del summit. Ma i nodi con l’Europa restano: soprattutto quello dei dazi. Entro il 9 luglio scadrà la sospensione delle tariffe commerciali volute da Trump, e Bruxelles cerca un accordo quadro per evitare una nuova guerra commerciale.

Nel frattempo, la Nato si adatta alla nuova stagione trumpiana: più show, più simboli, più numeri da esibire che da verificare. E l’Italia, come spesso accade, trova il modo di apparire virtuosa senza toccare troppo il portafoglio.

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