Politica

Formazione e politiche del lavoro

di Alexander Valatalakis

(Red) Un efficiente sistema di Politiche del Lavoro, deve superare la dicotomia tra Politiche Attive e Passive del Lavoro e pensare invece ad un impianto che riesca a governarle entrambe, in modo sinergico sotto un unico controllo. Le Politiche Passive sono tutti gli interventi che hanno come obiettivo quello di superare le difficoltà socioeconomiche prodotte dalla mancanza di lavoro. In sintesi politiche assistenziali di sostegno al reddito come la cassa integrazione, i contratti di solidarietà e le indennità di mobilità.
Le Politiche Attive, d’altro canto, sono tutte quelle misure pubbliche indirizzate al sostegno dell’interesse collettivo all’occupazione (inserimento lavorativo in particolare dei soggetti a rischio marginalità, disciplina del mercato del lavoro, sostenere l’occupabilità e adattabilità lavorativa delle persone attive, garantire le pari opportunità, imprenditorialità, sostegno del reddito dei lavoratori), in sintesi si concretizzano nei servizi per il lavoro.
Alcune inefficienze delle politiche del lavoro sono imputabili alla circostanza che vi sono troppi livelli in cui esse si articolano a seguito della riforma del Titolo V della Carta costituzionale, che incentra a volte nelle Regioni e Province autonome, quasi l’esclusività della competenza in materia e che spesso attuano risoluzioni sulla base di indicazioni e di relativi finanziamenti dell’Unione Europea.
In questo contesto, appunto non omogeneo, diventa più problematico ad esempio, promuovere, coordinare e vigilare i programmi formativi destinati alle persone. La formazione si è dimostrata in passato e lo sarà sempre di più in futuro la leva, la sinergia, la connessione tra le Politiche attive e passive del lavoro. Lo Stato dovrebbe avere un maggior ruolo nell’offerta di occasioni di lavoro utilizzando la leva della formazione rivedendo e migliorando quella tipologia di contratti che vanno sotto il nome di contratti di lavoro formativi (in primis il contratto di apprendistato professionalizzante che oggi dura anni e le competenze acquisite sono medie se non basse), puntando, come in altri Paesi, sull’apprendistato di alta specializzazione che in Italia è poco impiegato seppur potrebbe fornire alle imprese un mezzo anche contrattuale che amalgama il sapere alla realtà pratica dell’azienda stessa. Quest’ultima tipologia contrattuale prevede uno sviluppo dell’apprendistato di alta formazione in collegamento con le Università ed è dimostrato che condiziona l’aumento della competitività del lavoro di qualità. Quindi più competenza nella formazione per una formazione per competenze! Oggi i fondi interprofessionali finanziano la formazione per competenza, dotandosi come FonARCom di un comitato interno che studia anche i temi sulla messa in trasparenza e certificazione dei percorsi formativi, così come le stesse Regioni ed Anpal stanno puntando sul finanziamento di soli percorsi di questo genere come il Fondo Nuove Competenze.
Con la messa a regime del fascicolo elettronico del lavoratore, un documento che conterrà tutte le informazioni sui percorsi di istruzione, formazione e lavoro del singolo cittadino, anche tramite la convenzione annunciata dall’Anpal con il ministero dell’Istruzione per avere accesso ai dati scolastici, la formazione avrà il giusto peso e sarà il valore aggiunto per i lavoratori e per le imprese ma allo stesso tempo assisterà chi rimane indietro (perdita del posto di lavoro, cambio di mansioni, sviluppo delle conoscenze, introduzione alle nuove tecnologie, modelli di formazione scuola-lavoro) come una sorta di ascensore sociale per la crescita professionale dell’individuo.
Il ruolo della formazione è diventato sempre più centrale, mutando gli standard formativi tradizionali in una formazione professionale innovativa e capace di intercettare le vere esigenze del mercato, delle imprese e del nuovo modello di transizione digitale ed ecologica.
La stessa Commissione Europea per fronteggiare l’occupazione durante l’emergenza sanitaria ed economica, per favorire nuova produttività aziendale e garantire i livelli occupazionali ha investito su strumenti di politica attiva del lavoro, come l’assegno di ricollocazione, che favoriscono la formazione dei lavoratori sia per la crescita all’interno dell’azienda ma anche per ricollocarsi.
Occorre la consapevolezza che ogni investimento in formazione deve porsi come un crocevia tra domanda ed offerta di lavoro con donne e uomini effettivamente funzionali ai bisogni del mondo produttivo. Le misure finanziate dalla UE, come il SURE ed il Recovery Fund, hanno già nel loro embrione il coinvolgimento di tutta la rete degli operatori dei servizi al lavoro, pubblici e privati, in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. I consulenti A.N.C.IMP., sindacati, fondi professionali, istituzioni pubbliche, aziende e lavoratori sono tutti chiamati affinché insieme costruiscano le basi di un nuovo modello di politiche attive del lavoro per far nascere nuova occupazione.
Nessuna misura di politica passiva del lavoro e quindi di sostegno economico può essere pensata escludendo processi di formazione che riguardano la riqualificazione, l’aggiornamento e miglioramento professionale da intendersi come attraente per le nuove richieste delle aziende, facilitandone quindi il ricollocamento.
La conversione di molte attività, la presenza di nuove forme di lavoro, l’aumento di tipologie contrattuali atipiche, ha portato le Parti Sociali più dinamiche a costruire un nuovo modello di relazioni industriali.
Alcune Parti sociali hanno messo alla base del rinnovo del loro Contratto Collettivo di Lavoro la formazione, come ad esempio lo scatto di competenza con l’innalzamento costante delle competenze dei lavoratori grazie alla formazione continua, che oltre al resto qualifica il CCNL sottoscritto da CIFA e CONFSAL come uno dei contratti più innovativi, la terza via della contrattazione collettiva di qualità.
Anche se tutti i dati sull’occupazione sono al ribasso come certificato dall’Inps e dall’Istat, il governo deve coniugare Politiche attive e passive del lavoro con interventi mirati, anche grazie alle risorse del Sure e del Recovery Fund, ampliando con politiche espansive l’occupazione, puntando su una seria e definitiva riforma dei Centri per l’Impiego, della Costituzione di Agenzie per l’impiego caratterizzate da una visione moderna con il ricorso anche a rapporti di lavoro somministrato ed in particolare dotare l’Anpal di strumenti per favorire il consolidamento dei lavoratori socialmente utili.
Nell’ambito di Politiche del lavoro non si può omettere l’importanza dei nidi e della scuola dell’infanzia, che per il poco interesse che negli anni si è dedicato a questi istituti, non si è raggiunta una egualitaria, seria e organica pari opportunità nel mondo del lavoro.
Per quanto riguarda l’Europa si possono notare alcuni elementi comuni e alcune differenze nelle politiche passive degli Stati membri. Per quanto riguarda le politiche passive gli strumenti utilizzati sono quelli di Short Time Work Arrangement (STWA), che accanto all’erogazione di sussidi pubblici (politiche passive) associati alla riduzione dell’orario di lavoro in alternativa al licenziamento, prevedono nella maggior parte dei casi l’accompagnamento di misure di formazione (politiche attive).
Appare quindi conveniente associare le politiche passive e le politiche attive del lavoro. Molte legislazioni europee riconoscono un ruolo imprescindibile alla formazione professionale per ridurre il rischio della disoccupazione accompagnando la concessione di benefici pubblici nella forma dei STWA alla formazione dei lavoratori con la possibilità di attivare anche i fondi interprofessionali per la formazione.
In Spagna per i percettori della politica passiva ERTE sono previste attività di formazione per la riqualificazione dei lavoratori. In Germania il legame tra le politiche passive e politiche attive è molto forte con l’introduzione di un assegno. In Francia si propongono piani formativi per accompagnare i processi di transizione dei lavoratori sospesi (ARME).
Quindi la componente chiave per la protezione dal rischio della disoccupazione è proprio la formazione.
In Italia il reddito di cittadinanza può essere, almeno nelle sue prime intenzioni, considerato come una misura che da assistenzialista (passiva) si trasforma anche grazie alla formazione in uno strumento di occupabilità (attiva).
La grande opportunità che non bisogna lasciarsi sfuggire è quella della semplificazione delle regole che soprattutto durante il periodo Covid, come in Italia, hanno ridotto i molteplici regimi presenti in precedenza ed in secondo luogo hanno reso più rapide le procedure di gestione, amministrazione ed erogazione dei benefici pubblici, anche se non sempre perfettamente sincronizzate, a causa della non centralità della gestione in quanto i servizi pubblici per l’impego sono a livello territoriale e non perfettamente collegati tra loro.

ALEXANDER VATALAKIS
Alexander Vatalakis, laureato in Economia e Com¬mercio all’Università “La Sapienza” di Roma è un esperto di politiche del lavoro. E’ attualmente qua¬dro direttivo del Fondo Interprofessionale FONAR¬COM per il monitoraggio delle politiche attive del lavoro;occupa diversi ruoli di responsabilità nella confederazione sindacale CIFA. E’ vice-presidente del Comitato Scientifico ANCIMP e consigliere per le politiche sindacali della segreteria nazionale AN¬CIMP.

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