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Giustizia & Giornalismo, Raffaele Malito: “Guai a dimenticare il Caso Tortora. Fermiamoci tutti per favore”

Giustizia & Giornalismo, Raffaele Malito: “Guai a dimenticare il Caso Tortora. Fermiamoci tutti per favore”

di Raffaele Malito

Io non penso sia casuale e irrilevante che il clamore delle scuse e del pentimento di Luigi Maio per le esagerazioni forcaiole gridate contro il sindaco di Lodi, Simone Uggetti, pienamente assolto, dopo cinque anni di gogna, sia stato spento e sigillato solo dopo qualche giorno. Pagina rapidamente chiusa: sbrigativa, facile e comoda la scelta di chiudere e restringere la vicenda alle pulsioni oltranziste del giustizialismo dei Cinque Stelle. E chi sono stati, e ancora sono, i protagonisti di trenta anni di quella canea giustizialista che ha esibito sulla graticola giudiziaria tanti personaggi delle vita politica e no, poi assolti, frantumando, così, lo Stato di diritto? Non sono quelli che linciavano mediaticamente- non con i social che non c’erano, ma con i fax- Antonio Bassolino, assolto diciannove volte in diciannove processi, che godevano degli schiavettoni ai polsi del democristiano Carra, della bava sulla bocca di Forlani, delle monetine e degli insulti a Craxi, delle retate notturne ordinate dai PM per la caccia alle prove della corruzione, rivelatesi inesistenti e insufficienti, come è successo a Ottaviano Del Turco?

I protagonisti di quel mondo di barbarie hanno cambiato pelle o vestito e, perciò, tacciono lasciando solo ai Cinque Stelle la parte dei forcaioli, manettari e il merito di aver raccolto e messo a frutto la semina. Ma le colpe, come è evidente, non sono solo di quelle parti politiche che hanno strumentalizzato e speculato su quei fatti che nascevano dalla rivoluzione giudiziaria tentata e interpretata da alcuni magistrati in pieno delirio di onnipotenza. Si sono dimenticati gli orrori del caso Tortora, con annessa promozione dei magistrati che ne sono stati gli autori? O la kafkiana vicenda di Calogero Mannino, per anni in galera innocente, da decenni ancora nel mirino di magistrati che non accettano le molte assoluzioni che hanno smontato i teoremi di accusa?

Ma grave è la responsabilità di quei giornalisti alla Travaglio che sono al laccio della pubblica accusa e scambiano la libertà di stampa con la produzione di fotocopie con i testi delle intercettazioni e il rinvio a giudizio con una condanna definitiva.

Sono quella genia di giornalisti che hanno creduto o fatto credere a tutto, che hanno santificato come un eroe dei talk show Piercamillo Davigo, il magistrato che ha sostenuto che gli innocenti sono solo colpevoli che l’hanno fatta franca; lo stesso magistrato che ha diffuso, violando ogni regola, a destra e manca, il verbale secretato dell’affaire Amara.

Sono quei giornalisti che hanno finto di credere al bacio tra Riina e Andreotti, negato in giudizio, hanno amplificato senza ritegno, senza riserve critiche, le accuse ad una schiera infinita di personaggi, tutti assolti: Penati, Cota, Storace, Vasco Rossi, Clemente Mastella e Sandra Lonardo, Raffaella Paita, Nicola Cosentino, l’ex-sindaco di Parma Vignali, Maroni, Graziano Cioni, Salvatore Margiotta, Fitto, Beppe Sala, Renato Schifani, Ignazio Marino. A queste vicende, comunque dolorose, bisogna aggiungere quelle ancora più gravi e tragiche legate all’insopportabilità della gogna e delle accuse, dei suicidi, prodotti dalle indagini di Mani Pulite, degli imprenditori Gabriele Cagliari e Raul Gradini, del deputato socialista Sergio Moroni.

Altri dati allarmanti sulla malagiustizia: in trenta anni sono state trentamila le persone che hanno sofferto un’ingiusta detenzione senza che nessun magistrato abbia pagato per questo scempio del diritto e della vita degli innocenti. Non serve, dunque, separare la propria responsabilità da quella di Di Maio e soci che hanno nuotato sull’onda giustizialista che gli altri, nel passato lontano e recente, hanno montato e cavalcato.

Siamo in pieno, acceso, difficile confronto politico sulla grande riforma della giustizia. È in gioco la democrazia e la libertà dei cittadini. E’ in buone mani: quelle della ministra Marta Cartabia che ha molto onestamente riconosciuto: “il rapporto di fiducia tra magistratura e collettività è entrato in crisi e va ripristinato forte. Qualcosa si è guastato, occorre rilegittimare l’ordine giudiziario davanti ai cittadini.” Dal 2011 ad oggi questa fiducia è crollata, secondo più sondaggi, di trenta punti. Oggi è al 34 per cento. Che cosa c’è da aggiungere di più?

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