Esteri

Assange, ricorso fondato: dalla giustizia inglese ok a un nuovo appello

LONDON, ENGLAND - MAY 19: Julian Assange speaks to the media from the balcony of the Embassy Of Ecuador on May 19, 2017 in London, England. Julian Assange, founder of the Wikileaks website that published US Government secrets, has been wanted in Sweden on charges of rape since 2012. He sought asylum in the Ecuadorian Embassy in London and today police have said he will still face arrest if he leaves. (Photo by Jack Taylor/Getty Images)

 

L’Alta Corte di Londra ha concesso al fondatore di WikiLeaks un’ulteriore chance contro l’estradizione negli Usa. Il verdetto non entra nel merito, ma riapre la partita. Intanto il giornalista resta in custodia cautelare nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh.

 

L’Alta Corte di Londra ha concesso un ulteriore appello a Julian Assange contro l’estradizione negli Usa, riconoscendo come non infondate le argomentazioni della difesa del fondatore di WikiLeaks sul timore di un processo non giusto oltre oceano.

Il verdetto dei giudici d’appello Victoria Sharp e Jeremy Johnson non entra nel merito del ricorso, che sarà a questo punto dibattuto più avanti. Ma riapre la partita dell’estradizione, dopo che già a marzo era stato introdotto un primo spiraglio con il rovesciamento del no secco opposto in primo grado dalla giustizia britannica all’istanza di ricorso della difesa.

Assange avrà ora «alcuni mesi» per preparare un nuovo «processo d’appello» con tutti i crismi, come precisa la Bbc. Ma, almeno per il momento, resta in custodia cautelare nel carcere di massima sicurezza londinese di Belmarsh.

I giudici Sharp e Johnson non hanno ritenuto evidentemente adeguate le presunte ‘rassicurazioni’ messe sul piatto dagli avvocati del Dipartimento di Giustizia di Washington sui due punti sollevati dai difensori rispetto alla garanzia di un giusto processo negli Usa: il rischio di una condanna a morte – prevista se non altro sulla carta per il reato contestato ad Assange di violazione dell’Espionage Act del 1917, mai contestato in oltre un secolo a un giornalista – e il timore di non poter invocare il Primo Emendamento della Costituzione americana in materia di libertà d’espressione e d’informazione.

Sul primo punto i legali di Washington hanno garantito, almeno verbalmente, che la pena capitale non sarebbe stata chiesta dalla pubblica accusa statunitense; mentre sul secondo punto si sono in effetti limitati a riconoscere ad Assange un vago diritto di fare istanza per ottenere la protezione del Primo Emendamento, pur in veste di cittadino australiano, rinviandone tuttavia la concessione concreta o meno alla futura pronuncia di una Corte d’oltreoceano.

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