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Perché Hamas prende tempo sugli ostaggi e Trump minacci l’inferno?

 

di Andrea Maldi

 

La tregua torna a scricchiolare. Hamas intima di interrompere lo scambio di prigionieri israeliani pattuito per sabato ‘fino a nuovo avviso’ se Israele non dovesse ottemperare ai propri obblighi previsti dall’accordo. “La porta resterà aperta, ma Israele deve rispettare i patti” ha dichiarato Hamas.

Il ministro della Difesa israeliano Katz ha esplicitato che per “lo Stato ebraico si tratta di una totale violazione del cessate il fuoco… le forze di difesa israeliane (Idf) sono in stato di massima allerta per qualsiasi possibile scenario a Gaza e al confine… non torneremo alla realtà del 7 ottobre”.

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha asserito che i palestinesi non avrebbero ragione di tornare nell’enclave di Gaza perché  gli verrebbero assicurate abitazioni nuove, moderne, molto più sicure e avrebbero la possibilità di essere liberi e felici (dove??). E che gli Usa stanno lavorando alacremente con importanti équipe di sviluppo di ogni parte del mondo, ed eventualmente affidare la messa in opera anche ad altri Paesi arabi, per iniziare un progetto che diventerebbe uno dei più grandi e prestigiosi al mondo.

Il Tycoon ha inoltre definito agghiacciante ed inaccettabile la minaccia di Hamas di non liberare gli ostaggi israeliani e se non verranno rilasciati entro sabato 15 febbraio alle ore 12, “scatenerà l’inferno”.

 

Intanto in Cisgiordania l’esercito militare israeliano spinge via decine di famiglie palestinesi rifugiate dal campo profughi di Nur Shams, vicino Tuklarem. “Le forze israeliane si sono presentate e ci hanno costretto ad andarcene, dopo che hanno iniziato a distruggere le nostre case” ha dichiarato un esiliato. Un altro ha spiegato che “ci sono esplosioni, bombe, bulldozer. È una tragedia. Fanno qui quello che hanno fatto a Gaza”.

Alcuni giorni fa sono stati uccisi tre palestinesi: due donne, una di loro incinta di otto mesi, e un uomo.

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