di Riccardo Bizzarri (*)
Immensa Christine Lagarde viene promossa senza nemmeno chiederlo un po’ come Pierre de Coubertin al contrario ovvero “l’importante è vincere e non partecipare e se è possibile vincere senza partecipare” (cit. R. Bizzarri).
Quando fallisci in grande stile e ti premiano con una villa sul lago. La nuova frontiera del merito al contrario ovvero dalla BCE al WEF: quando fallire è il nuovo CV perfetto
Pare che per salire di carriera nel mondo delle élite internazionali servano oggi due sole qualità: una scarsa capacità di autocritica e una flemma glaciale nel reggere qualsiasi fallimento. Christine Lagarde, attuale presidente della Banca Centrale Europea, ci insegna che l’incompetenza, se ben confezionata, può diventare un biglietto di prima classe verso il potere ancora più opaco e dorato.
Secondo quanto riportato dal Financial Times, Lagarde avrebbe discusso seriamente con Klaus Schwab, gran cerimoniere del World Economic Forum (WEF), la possibilità di succedergli come presidente dell’organizzazione. Insomma, da chi non è riuscita a domare l’inflazione a chi non è mai riuscito a spiegare davvero cosa faccia il WEF. Una staffetta in perfetta continuità con i tempi moderni: non sai cosa stai facendo? Benissimo, prenditi più responsabilità!
“Un errore non diventa verità perché viene accettato da molti.”
affermava Gandhi (che oggi verrebbe probabilmente invitato a Davos come speaker motivazionale alle 8 del mattino, tra uno smoothie detox e un panel sulla biodiversità sponsorizzato da Exxon)
Nel frattempo, la BCE tenta disperatamente di tenere in piedi la facciata con dichiarazioni d’ordinanza: «La presidente Lagarde è pienamente impegnata nel suo mandato e determinata a completarlo», dice un portavoce. Peccato che Schwab affermi il contrario, parlando di «transizione già in corso», con tanto di visita personale ad aprile e accordi “discreti” già presi. Una discrezione talmente discreta che è finita sul Financial Times.
Ma la ciliegina sulla torta – e non poteva mancare – è la villa. Anzi, Villa Mundi, dimora idilliaca con vista lago di Ginevra, già prenotata per Madame Lagarde. Un piccolo rifugio spirituale per “accompagnare il passaggio di responsabilità”, come dice Schwab. Che gentile. Gli italiani in cassa integrazione apprezzeranno senz’altro il pensiero.
Diamo a Cesare quel che è di Cesare: non è che la Lagarde sia arrivata in un’epoca facile. C’era la pandemia, poi l’inflazione, poi le guerre. Ma se c’è un tratto distintivo del suo mandato, è la capacità rara di non essere né incisiva né ispirante. Il suo approccio alla comunicazione monetaria ha oscillato tra l’ambiguità criptica e la comicità involontaria.
Quando la BCE alzava i tassi, sembrava farlo più per seguire la moda globale che per reale convinzione. Quando li abbassava (raramente), lo faceva come chi, dopo aver bruciato la cena, prova a spegnere l’incendio con un bicchiere d’acqua. Il suo mandato è stato un mix tra Downton Abbey e The Office, ma senza gli autori brillanti.
E adesso? Ora Lagarde è pronta a prendere il timone del World Economic Forum, la stessa istituzione che ci regala da decenni titoli del tipo: “I leader si impegnano a salvare il pianeta… entro il 2050”, mentre salgono a bordo di jet privati per parlare di sostenibilità.
“La storia si ripete: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa.”
diceva Karl Marx. La terza volta, invece dico io, si chiama semplicemente Davos.
Il caso Lagarde-Schawb non è solo l’ennesima tragicommedia istituzionale: è il riflesso di un sistema dove chi sbaglia, purché vestito bene e con inglese fluente, finisce premiato. Niente responsabilità, niente domande scomode, solo soft landing in un nuovo attico con vista.
Anche Wim Duisenberg lasciò la BCE in anticipo. Ma almeno lo fece in un’altra epoca, con un altro stile. Qui invece si flirta con la promozione come se fosse il finale di un talent show: “Christine, you’re going to Geneva!”.
Secondo il FT, non ci sarebbe ancora un accordo formale. Ma le “conversazioni” sono andate avanti anche dopo l’uscita di Schwab, e il WEF non smentisce – si limita a “non commentare conversazioni riservate”. Tradotto: ci stiamo pensando eccome, ma non vogliamo che sembri troppo osceno.
Questa vicenda, se fosse confermata, dovrebbe aprire una riflessione più ampia. Quando chi governa le istituzioni chiave può sbagliare in modo plateale e ricevere un premio invece che una tirata d’orecchie, non siamo più in una democrazia meritocratica, ma in una oligarchia autoreferenziale con tanto di catering biologico.
Siamo nel tempo dell’upward failure. Non importa cosa fai, importa dove sei seduto. E se sei seduto a Francoforte, puoi sempre sperare di finire a Ginevra. Anzi, a giudicare da com’è andata, sperarci è il minimo sindacale.
Che dire, Madame Lagarde? Se le serve qualcuno che le regga il blazer mentre trasloca alla Villa Mundi, siamo disponibili. Magari ci scappa pure un panino al prosciutto tra un panel sul capitalismo inclusivo e l’altro.
Tanto, nel nuovo mondo, “accountability” è solo un hashtag.
E la meritocrazia? Quella la trovi ancora solo nei libri di educazione civica. Di prima media.
(*) Giornalista
