Cronaca

“Quel colpo solo, per amore”: la vendetta di un padre spezzato

di Riccardo Bizzarri (*) Giornalista

 

 

C’è un punto, in ogni dolore, in cui smette di gridare e comincia a scavare dentro. È lì, nel silenzio di chi ha perso un figlio, che nasce la disperazione che non perdona. Guglielmo Palozzi, 62 anni, padre di Giuliano, ucciso a calci e pugni per un debito di 25 euro – ha aspettato cinque anni. E poi ha sparato. Un solo colpo, alla schiena, in mezzo alla strada. “L’ha fatto per amore”, dice chi lo conosce. Ma l’amore, oggi, ha il volto dell’odio.

Era il 27 gennaio 2020 quando la vita di Guglielmo si è fermata. Giuliano, 34 anni, veniva pestato a morte per un pugno di spiccioli e un insulto di troppo. Morì dopo cinque mesi di agonia, senza più poter parlare. In mezzo, le udienze, le assoluzioni, le attese, i ricorsi. E quel nome, Franco Lollobrigida, 35 anni, come una scheggia piantata nell’anima. Condannato solo nel maggio scorso, con una pena che suonava come una beffa: dieci anni, per omicidio preterintenzionale. Troppo poco. Troppo tardi.

«Ha ucciso mio figlio per quattro soldi», ha mormorato Guglielmo, confuso, quando i carabinieri l’hanno fermato poco distante dalla fermata del bus. Non aveva più l’arma. Aveva solo quel vuoto che non si colma nemmeno con un colpo di pistola.
“mi hanno pestato in due” scrisse Giuliano al fratello Lorenzo prima di perdere conoscenza. Un messaggio sbiadito sullo schermo, oggi inciso nella memoria di chi lo amava. “Mi hanno pestato in due”, disse. Ma di quei due, solo uno finì alla sbarra. E nemmeno davvero. Lollobrigida si era difeso dicendo che Giuliano aveva un’arma. Ma i medici trovarono costole rotte, un’emorragia cerebrale, il cranio sfondato. Non una ferita da difesa, ma da massacro.

Eppure il tempo ha fatto il suo corso, e la giustizia anche. Solo che per un padre, il tempo si ferma con l’ultimo respiro del figlio. Non c’è prescrizione per il dolore. Non c’è riabilitazione per il vuoto.

Guglielmo, operatore ecologico, prende un caffè col sindaco, poi risale via Roma con il carretto degli attrezzi. E lì lo vede. Franco Lollobrigida. Il carnefice, scarcerato da due anni. Nessuna rissa. Nessun urlo. Solo un colpo, secco. Al polmone, di spalle. Come chi non vuole discutere, solo chiudere il cerchio.

La scena si sposta in piazza della Repubblica, dove Franco crolla alla fermata del pullman. Morirà tra le mani dei soccorritori, fra cui lo stesso sindaco. Mentre il padre, l’assassino, scompare per qualche minuto nel suo dolore, prima di essere arrestato.
«Un padre non se ne fa nulla di una sentenza», ha detto una volta Erri De Luca. Forse è vero. Guglielmo non ha chiesto vendetta alla giustizia, l’ha portata a termine da solo. Non è un eroe, ma nemmeno un mostro. È un uomo ridotto all’osso da un lutto troppo grande per essere accettato.

“Mi hanno tolto la luce, io ho spento la loro”, avrebbe potuto dire. E in fondo, quel colpo calibro 38, non è partito solo da una pistola, ma da anni di rabbia, di solitudine, di cene silenziose con un posto vuoto a tavola.

La legge giudicherà Guglielmo. Ma oggi, a Rocca di Papa, qualcuno lo guarda e pensa: “Forse, in fondo, siamo tutti capaci di diventare assassini. Se ci toccano un figlio”.

“Uccidere un uomo per vendetta è un crimine. Ma capire chi lo fa, è umano. E oggi, umanamente, piangiamo due morti. Giuliano, che non ha avuto giustizia in tempo. E suo padre, che ha perso se stesso il giorno in cui ha perso lui.”

 (*) Giornalista

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