Esteri

Putin-Xi: il vertice cino-russo prova a riscrivere le regole, l’Europa guarda da spettatrice

di Giuliano Longo (*)

 

Vladimir Putin è atterrato a Pechino la sera del 19 maggio per un viaggio di due giorni che segna il 25° incontro con Xi Jinping da quando è presidente. Il tempismo non è casuale. Quattro giorni prima Donald Trump aveva lasciato la capitale cinese dopo una visita costruita intorno a commercio e tecnologia. In una settimana, Washington e Mosca sono venute a chiedere qualcosa a Xi. La sequenza dice più di mille comunicati: Pechino è il tavolo dove si negozia il nuovo ordine.

 

Il summit non ha prodotto rivoluzioni militari né un nuovo accordo sul nucleare iraniano.

 

Ma ha cementato tre cose: l’asse energetico sino-russo, la narrativa della multipolarità contro “l’egemonia unilaterale”, e il ruolo della Cina come mediatore che non media davvero. Per l’Europa, il messaggio è scomodo: il continente è diventato la variabile dipendente in una partita che si gioca tra tre capitali.

 

Energia: la Russia vende, la Cina compra, l’Europa paga il prezzo

 

Il cuore economico del vertice è stato l’energia. Putin ha portato numeri per dimostrare che le sanzioni occidentali non hanno isolato Mosca. Nel primo trimestre del 2026 le esportazioni petrolifere russe verso la Cina sono cresciute del 35% anno su anno cher solo nei primi quattro mesi del 2026 sono già cresciute del 10%. La Cina è ormai il primo cliente di petrolio e gas russo, e Mosca si aspetta che la guerra in Iran  ne spinga ulteriormente la domanda.

 

“Nella crisi in Medio Oriente, la Russia mantiene il ruolo di fornitore affidabile, mentre la Cina resta un consumatore responsabile”, ha detto Putin. È una frase con due destinatari. Per Pechino: continuate a comprare a prezzo scontato. Per Washington e Bruxelles: le sanzioni non funzionano se Pechino compensa I vuoti da voi lascati.

 

Xi ha risposto con un appello alla “cessazione completa delle ostilità” in Medio Oriente che non .  è pacifismo, ma calcolo economico poichè anche n conflitto aperto solo tra Iran e Israele farebbe esplodere i prezzi dell’energia, intasare lo Stretto di Hormuz e destabilizzare le supply chain di cui la manifattura cinese ha bisogno. Pechino vuole stabilità, ma non al costo di rompere con Mosca.

 

Il grande assente dal pacchetto di accordi è Power of Siberia 2 che tuttavia non è stato sottoscritto per l’occasione. . La ragione è semplice: la Cina negozia da posizione di forza. Con alternative per il gas gas liquefatto da Qatar, Australia e USA. La Russia ha bisogno del gasdotto per sostituire il mercato europeo perso dopo il 2022. Il risultato è offre, ma Pechino sta ancora valutando con la bilancia dei rapporti di forza che pende verso Pechino.

 

Per l’Europa questo significa un doppio colpo.

 

Il primo è rappresentato dal gas Primo, il gas russo che non va più a Rotterdam e Brunsbüttel, ma finisce a Shanghai e Tianjin, liberando la Cina dal rischio di sanzioni. Il Secondo, è che l’Europa resta esposta ai prezzi spot del GNL, più volatili e più cari. Il rimbalzo dei prezzi energetici dopo l’escalation in Iran ha già messo sotto pressione industria chimica e acciaio tedesca con il rischio che la deindustrializzazione non è più una minaccia teorica.

 

 La dichiarazione sulla multipolarità è il vero documento del summit

 

Oltre ai 42 accordi su commercio, tecnologia, istruzione e cooperazione regionale, il vertice ha prodotto due dichiarazioni presidenziali. La prima rinnova il Trattato di buon vicinato, amicizia e cooperazione del 2001 e ribadisce il sostegno reciproco sugli “interessi fondamentali”., formula ribadita  che copre Ucraina, Taiwan e ora anche l’Iran.

 

La seconda dichiarazione è più ambiziosa, si intitola “Sulla multipolarità e un nuovo tipo di relazioni internazionali”. Nel testo Mosca e Pechino attaccano il “bullismo unilaterale” ed egemonico chiedendo una riforma della governance globale, mentre difendono l’autorità della Carta ONU. Inoltre  Xi ha parlato di “legge della giungla” negli affari globali. Pur senza fare nomi anche se il messaggio è chiarmente rivolto agli Stati Uniti dell’amministrazione Trump..

 

Questa è la linea politica che Pechino e Mosca vogliono esportare nel Sud Globale. Non è un’alleanza militare formale come la NATO, ma un blocco normativo e diplomatico che propone un’alternativa al sistema di alleanze americane. L’obiettivo è rendere costoso per i paesi medi e piccoli scegliere tra Washington e Pechino. Se puoi commerciare con entrambi, perché scegliere?

 

Per l’Europa la dichiarazione è un problema perché tocca il nervo scoperto della legittimità. L’UE ha costruito la sua politica estera sul multilateralismo, sui diritti umani e sul primato del diritto internazionale. Ma quando Mosca e Pechino parlano di “multipolarità” intendono sovranità assoluta e non ingerenza. È un multilateralismo senza condizionalità. Molti paesi africani, mediorientali e dell’ASEAN trovano questa versione più comoda della versione europea.

 

Protocollo e simboli: Pechino distingue tra rivale e partner operativo

 

La gestione dell’accoglienza dice molto. Trump è stato ricevuto all’aeroporto dal vicepresidente Han Zheng, figura cerimoniale. Putin è stato accolto da Wang Yi, ministro degli Esteri e membro del Politburo, uno degli uomini più potenti della politica estera cinese.

 

Non è un declassamento di Putin, ma una gerarchia esplicita: gli Stati Uniti restano il rivale sistemico e il principale contraente economico. La Russia è il partner operativo strategico. Con gli USA si negozia commercio e tecnologia, con la Russia si coordina sicurezza, energia e diplomazia al Consiglio di Sicurezza ONU.

 

Questo dualismo serve a Pechino per massimizzare il suo peso poichè uò parlare con Washington di stabilizzazione del Golfo e controllo delle esportazioni tecnologiche. Contemporaneamente può offrire a Mosca mercato, tecnologia dual-use e copertura diplomatica. L’Europa non ha una leva simile poichè non ha energia da vendere, non ha tecnologia da scambiare alla pari, e non ha una posizione unitaria che pesi a Pechino la quale al limite preferisce trattare con il suo maggiore partner europeo, la Germania.

 

Bruxelles non era a Pechino, ma era presente in ogni riga della discussione. L’Europa è il mercato che la Russia ha perso e che la Cina non ha ancora sostituito completamente. È anche il mercato che assorbe i costi della crisi energetica e della frammentazione commerciale.

 

 

Cosa è  mancato al vertice e perché importa

 

Il summit non ha sbloccato l’impasse in Ucraina, non ha portato Pechino a condannare l’invasione russa, né Mosca a cambiare linea. confermandi che la Cina preferisce l’ambiguità: parla di pace, commercia con la guerra e questo offre a Mosca ossigeno economico e diplomatico, ma evita alla Cina  Pechino il costo di uno scontro diretto con l’Occidente.

 

Non ha nemmeno prodotto un salto di qualità militare perchè – dopo quelle già avvenute nei mesi scorsi –  non c’è stata menzione di esercitazioni congiunte su larga scala o di trasferimento di armamenti avanzati, quindi – per ora –  la cooperazione resta a livello di coordinamento diplomatico e scambio tecnologico limitato.

 

Per l’Europa questo è sia una minaccia che un’opportunità. La minaccia è che l’asse sino-russo si consolidi senza che Bruxelles abbia una risposta strategica coerente. L’opportunità è che l’ambiguità cinese lasci spazio di manovra: se Pechino non vuole una rottura totale con l’Occidente, l’UE può provare a definire un’agenda su clima, tecnologia e commercio che sia distinta da quella di Washington.

 

Conclusione: tre poli e il nostro continente ai margini

 

Scorrendo le prime  reaziomi politiche intrenazionali, il risultato è che Il vertice di Pechino ha confermato che il sistema internazionale sta uscendo dalla logica unipolare post-1991. Ora ci sono tre poli con interessi divergenti: gli Stati Uniti, la Cina, e la Russia come junior partner della Cina con capacità nucleare e di proiezione militare, mentre l’Europa è il grande assente con il rischio  rischio che per i prossimi 12 mesi  diventi il campo di gioco dove si scaricano le tensioni tra gli altri tre main contractors, Prezzi energetici più alti, pressioni migratorie dal Medio Oriente, e pressioni commerciali sia da Washington che da Pechino.

 

L’alternativa è provare a definire un’agenda europea che non sia solo reattiva. Serve energia diversificata, una politica industriale che non dipenda da sussidi USA o tecnologia cinese, e una diplomazia che parli direttamente con Pechino e Nuova Delhi senza passare da Washington.  Altrimenti il prossimo vertice Putin-Xi sarà solo l’ennesima conferma che le decisioni sul futuro del nostro continente si prendono altrove.

(*) Analista geo-politico ed esperto di politica internazionale

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