di Riccardo Bizzarri (*)
VENEZIA – Un tempo c’erano i mercanti. Ora ci sono gli influencer. Un tempo si temeva l’invasione ottomana. Oggi si teme quella delle belle persone col portafoglio gonfio. Insomma, Venezia cambia, ma il drama resta.
Qualche giorno fa, lo sfarzoso pre-matrimonio di Jeff Bezos e Lauren Sánchez ha fatto sollevare più sopracciglia di una serata al Casinò. Troppo ricco, troppo yacht, troppa seta, troppi abiti talmente eleganti che avrebbero fatto sembrare povero persino il Doge. E allora giù critiche: “Venezia non è Disneyland”, “è uno sfregio alla città”, “ci vogliono le frittelle, non i Ferragamo”.
Una vera e propria rivolta popolare armata di commenti indignati su Facebook, più acuminati di una gondola in retromarcia. Eppure, solo pochi giorni dopo, ecco la grande idea salva-turismo: una proposta di tassa da 100 euro per chi vuole visitare Venezia di sera, perché, attenzione udite udite… “la gente non spende abbastanza”.
Aspetta, com’è? Prima Bezos spende troppo, e ora il turista medio non spende abbastanza?
Il paradosso è servito su un piatto di vetro di Murano.
Immaginate Niccolò Machiavelli convocato oggi a Palazzo Ducale come consulente. Direbbe: “Meglio un Bezos al giorno che cento turisti con la schiscetta”. Ma no! Perché se sei troppo ricco, disturbi. Se sei troppo povero, non contribuisci.
E quindi Venezia cosa vuole? Il turista medio-ricco, possibilmente muto, elegante ma non appariscente, disposto a pagare ma senza ostentare, amante dell’arte ma non troppo curioso, con carta di credito ma senza selfie stick.
Insomma: un turista immaginario, come l’acqua alta a Ferragosto.
Nel 1494 Venezia contava 150.000 abitanti, ed era la capitale mondiale del commercio marittimo. Nel 2025, invece, sembra sia diventata la capitale del decoro morale.
Il lusso sfrenato di Bezos è stato giudicato un insulto. Ma anche le famiglie in sandali con panino al prosciutto e guida del Touring Club vengono guardate con sospetto.
È il classico caso di “tutti sono scomodi, tranne quelli che non ci sono”.
L’idea della tassa da 100 euro per accedere alla città in certi orari è definita “una provocazione”. E ci mancherebbe altro. Una provocazione del tipo: “vediamo se pagate, altrimenti spegniamo le luci”.
Forse il prossimo passo sarà un abbonamento annuale con accesso premium ai tramonti sul Canal Grande, oppure l’opzione “Fast Pass” per le foto con i piccioni in Piazza San Marco.
Il problema, alla fine, è che Venezia è sospesa tra due estremi: o diventa una Disneyland per miliardari, o un parco a tema per turisti low-cost. E intanto i veneziani veri se ne vanno, i negozi storici chiudono, le calli si svuotano alle 20.
Ci resta solo l’indignazione a rotazione: oggi Bezos, domani il turista tedesco con i calzini nei sandali, dopodomani il bambino che osa correre sui masegni.
Conclusione amara ma verace:
Caro il mio Doge, se ti vedessimo oggi, ti diremmo: prepara pure la tassa da 100 euro, ma almeno regalaci un bicchiere d’acqua e una cartolina.
Perché a forza di essere troppo per qualcuno e troppo poco per qualcun altro, questa Venezia rischia di diventare il lusso più grande di tutti: il ricordo di sé stessa.
(*) Giornalista
