di Balthazar
Il “Protocollo Italia-Albania”, sottoscritto il 6 novembre 2023 e ratificato con la legge 14/2024, prevede la creazione di due strutture in territorio albanese – l’hotspot nel porto di Shëngjin e il centro a Gjadër – “al solo fine di effettuare le procedure di frontiera o di rimpatrio previste dalla normativa italiana ed europea e per il tempo strettamente necessario alle stesse”.
Quindi, prescrive che due aree, extraterritoriali ed extraeuropee, vengano trasformate in “frontiera” dello Stato italiano. L’obiettivo è quello di regolare le procedure d’esame accelerate dei migranti cosiddetti “non vulnerabili”, provenienti da “Paesi di origine sicura” e soccorsi in mare.
Tuttavia, negli ultimi mesi, dopo i numerosi interventi della magistratura italiana ed europea, che mettevano in luce i limiti legali dell’operazione, il governo italiano ha interrottp il trasferimento in Albania delle persone soccorse in acque italiane.
Per questo motivo, ad aprile 2025 si è deciso di cambiare radicalmente l’implementazione dell’accordo, lasciando operativa solamente l’area adibita a Centro per il rimpatrio (Cpr) a Gjadër e trasferirvi migranti già presenti in strutture in Italia.
In Italia, diversi enti che si occupano dei diritti dei richiedenti asilo, hanno spesso definito i Centri per il Rimpatrio come buchi neri, luoghi d’eccezione in cui il diritto è sospeso e nei quali si vive nell’attesa di un rimpatrio che avviene raramente.
Dalle denunce di diversi enti emerge un sistema di strutture simile a delle vere prigioni, nonostante i trattenuti siano colpevoli di una violazione amministrativa e non penale.
Per quanto riguarda gli aspetti sanitari, a Gjadër, il personale è assunto dalla cooperativa albanese Medihospes, mentre responsabile è la l’ASL di Roma, il che solleva dubbi sia sull’effettività dei suoi controlli e sul tipo di linee-guida seguite.
A fine luglio i Garanti per i detenuti del Lazio e di Roma hanno effettuato la prima visita al centro. Nelcorso della quale hanno rilevato che “Inumero estremamente limitato delle persone attualmente presenti nel Cpr, appena 27, insieme con la disponibilità di posti nei Centri collocati sul territorio nazionale, rende non giustificato il trasferimento in Albania”.
Secondo i dati di ActionAid e dall’Università di Bari, considerando solo le spese di gestione del 2024, in cinque giorni effettivi di funzionamento (con un massimo di 12 persone presenti in ottobre, su un totale annuale di 20 detenute) sono stati erogati alla Medihospes] circa 114.000 euro al giorno, per un totale di oltre 570.000 euro, senza includere le spese di costruzione, di impiego delle forze dell’ordine e altre voci rilevanti. .
Per ActionAid l’operazione è “il più costoso, inumano e inutile strumento nella storia delle politiche migratorie italiane” e afferma che per i due centri extraterritoriali sono stati stanziati 74,2 milioni di euro, con un costo per posto letto di oltre 153 mila euro.
Nel raffronto a ad esempio con il centro di Porto Empedocle, in Sicilia, risulta che nel 2024 le spese di costruzione sono state di un milione di euro per 50 posti letto effettivi (circa 21 mila euro a posto.
Anche il primo rimpatrio effettuato da Tirana il 9 maggio, secondo Altreconomia, è costato solo di affitto charter, 31.779 euro in più rispetto alle spese dell’ultimo rimpatrio partito dall’Italia, considerando la stessa destinazione e a parità di persone. Con un costo di 6.300 euro in più per ogni rimpatriato.
Durante la costruzione dei centri L’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa aveva avanzato perplessità e critiche sollevate da chi abita nelle due cittadine albanesi.
A distanza di un anno dall’apertura delle strutture, sempre secondo un reportage di OBCT (Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa) “La popolazione locale non ha tratto benefici significativi dall’operazione. Invece si è rivelata un buon affare per alcune società private, come quella che gestisce l’hotel dove alloggiano le forze dell’ordine italiane”.
Un’altra inchiesta di Altreconomia denuncia il “clima di terrore” diffuso tra i lavoratori albanesi assunti dalla cooperativa Medihospes. “La maggior parte dei lavoratori continua a evitare di parlare con i giornalisti, per timore di ritorsioni o licenziamenti”.
Dall’inchiesta emerge che i contratti di lavoro sono circondati da un clima opaco, in un contesto ambiguo in cui tra i principali punti critici si ritrovano: condizioni di base inadeguate, norme sul lavoro non rispettate e un’organizzazione confusa.
Al di là dei futuri sviluppi legali in Italia e nell’Unione, il “modello Albania” racconta di persone marginalizzate e dimenticate, degli “invisibili” della nostra contemporaneità, così lontani dallo sguardo da essere confinati in uno spazio fuori dal territorio italiano.
E la scarsa trasparenza dell’operazione aiuta a calare le nebbie del silenzio.
