La rottura della moratoria sui test, il ‘bavaglio’ ai vertici dell’arsenale nucleare USA e la nuova corsa agli armamenti con Russia e Cina riporta il mondo sull’orlo di un’escalation incontrollabile.
di Luca Ciarrocca (*)
L’ipotesi, sempre più concreta, che gli Stati Uniti possano decidere di interrompere la storica moratoria sui test atomici ha provocato una frattura istituzionale senza precedenti all’interno dell’apparato di sicurezza nazionale americano.
Era iniziato come un dibattito tecnico ma si è trasformato in una caccia alle streghe, culminata in un memorandum riservato che impone, di fatto, un “bavaglio” ai vertici della catena di comando nucleare dell’America.
La questione non è più se l’amministrazione Trump stia valutando il riarmo atomico attivo, ma se la struttura tecnica del governo sarà in grado di arginare una decisione politica che rischia di scatenare una reazione a catena immediata da parte di Mosca e Pechino.
Indiscrezioni e silenzi
Il caso è esploso a metà novembre, quando un whistleblower ha fatto arrivare alla Cnn la notizia di un piano coordinato dai vertici del Dipartimento dell’Energia (che amministra lo stock nucleare americano – e non è il Pentagono) per dissuadere il presidente dal riprendere i test con detonazioni atomiche. L’ultima volta che Washington fece esplodere un ordigno fu in Nevada nel 1992, prima che la moratoria e il Trattato per il bando complessivo dei test (CTBT) istituissero il blocco.
Secondo la soffiata alla Cnn, il segretario all’Energia Chris Wright e i direttori dei laboratori nazionali si stavano preparando a informare Trump: la sua idea di ricominciare i test è dal punto di vista tecnico impraticabile e controproducente in termini strategici. La reazione dell’amministrazione è stata immediata.
Brandon Williams, il nuovo capo della National Nuclear Security Administration (NNSA) – un ex ufficiale della Marina e deputato repubblicano, privo del background tecnico dei suoi predecessori – ha inviato ai dipendenti un avvertimento classificato come «urgente» e inquadrato come un vero e proprio «ordine».
Il messaggio è che la discussione sul se, e come, rompere la moratoria, deve restare confinata a un ristretto cerchio di comando. Al centro dello scontro c’è la “direttiva” di Donald Trump, impartita a ottobre tramite il suo social Truth, di riprendere i test nucleari su una «base di parità» con le potenze rivali. La logica è: «Non voglio che l’America sia l’unico paese a non testare». Il riferimento è ai recenti movimenti della Russia, che secondo il Dipartimento di Stato avrebbe condotto esplosioni su scala ridotta dopo aver rimesso a nuovo il sito di Novaja Zemlja nell’Artico, e alla vanteria di Vladimir Putin sul test del siluro nucleare Poseidon.
Anche la Cina sta muovendo le sue pedine. Le immagini satellitari mostrano un’espansione del sito di Lop Nur, nel Xinjiang, con nuovi tunnel e infrastrutture di supporto, la conferma viene dal Bulletin of the Atomic Scientists. Pechino dichiara di rispettare la moratoria ma intanto accelera la crescita del proprio arsenale, che potrebbe arrivare a mille testate entro il 2030, come si legge nei rapporti del Pentagono.
Proliferazione vicina
La decisione americana potrebbe fungere da detonatore per una nuova era di proliferazione incontrollata. E la domanda se il mondo stia andando verso una nuova escalation atomica trova risposta nei report di intelligence che filtrano da Washington. Se gli Stati Uniti dovessero rompere il tabù, ciò fornirebbe a Russia e Cina il pretesto perfetto per agire alla luce del sole.
Per quanto riguarda Mosca, impegnata da quasi quattro anni in una guerra di logoramento in Ucraina, la ripresa dei test Usa sarebbe un regalo strategico, legittimerebbe il Cremlino a condurre test dimostrativi per intimidire l’Europa e la NATO, uscendo dalla zona grigia delle “micro-esplosioni” di cui è accusata, per tornare a mostrare i muscoli atomici in modo plateale. Putin non aspetta altro che il via libera implicito dalla Casa Bianca.
Per la Cina, il nuovo scenario offrirebbe la copertura necessaria per accelerare la modernizzazione del suo arsenale, testando nuove armi per i suoi missili ipersonici senza subire la condanna internazionale. L’iniziativa di Trump, quindi, sarebbe la scusa per colmare il divario tecnologico e quantitativo (gli Stati Uniti hanno più di 5000 testate), alzando drammaticamente la tensione geopolitica per ora sottotraccia nel Pacifico.
Nonostante la smentita del portavoce del Dipartimento dell’Energia, Ben Dietderich – «tutte le opzioni sono in esplorazione», dice – la realtà è che Washington sta valutando un’azione che i suoi stessi scienziati definiscono inutile e pericolosa. E il tentativo di “bavaglio” imposto dai vertici suggerisce che la componente politica dell’amministrazione è disposta a procedere anche contro il parere tecnico.
Il risultato non sarebbe un rafforzamento della deterrenza americana ma l’inizio di una nuova corsa agli armamenti a tre – Usa, Russia, Cina – libera da qualsiasi vincolo di trattato o consuetudine. In questo scenario, la parità cercata dalla Casa Bianca è benzina sul fuoco dell’instabilità globale, dove la sicurezza non viene garantita dalla sofisticazione delle armi atomiche, ma dalla erraticità di chi le comanda.
(*) Giornalista e scrittore
