Esteri

Trump scuote il mondo, Meloni eviti di assecondarlo

di Fabio Desideri (*)

Donald Trump, nella sua seconda presidenza, non si limita a governare la politica estera statunitense: ha avviato un tentativo esplicito di ridefinire la natura stessa dell’egemonia americana, reinterpretando principi storici come la Dottrina Monroe — formulata nel 1823 per impedire l’interferenza europea nell’emisfero occidentale — come strumenti di dominio attivo e diretto.

L’obiettivo di questa strategia non è ancora consolidato e incontra forte resistenza, ma segnala un orientamento politico volto a rimodellare l’ordine internazionale secondo logiche di supremazia nazionale, coercizione e unilateralismo, in cui forza e ricatto economico prevalgono sulla diplomazia multilaterale.

Questa reinterpretazione si manifesta in azioni concrete nell’emisfero occidentale e oltre, come nella gestione della crisi venezuelana. La Casa Bianca ha imposto sanzioni severe, bloccando le esportazioni di petrolio venezuelano e minacciando l’uso della forza contro il governo di Nicolás Maduro, fino alla deportazione negli USA dello stesso, in quello che analisti internazionali definiscono un tentativo di riaffermare il controllo statunitense sull’area energetica e geopolitica latinoamericana. Questo approccio ha generato tensioni con Cina e Russia, entrambe alleate di Caracas, evidenziando un delicato equilibrio tra pressione unilaterale e gestione di potenze rivali.

Sul piano interno, l’operazione federale a Minneapolis e l’uccisione di Renée Nicole Good da parte di un agente dell’ICE illustrano un modello di governance basato sul decisionismo autoritario. La risposta dell’amministrazione che ha definito l’azione del membro dell’ICE come autodifesa la dice lunga sulla “cawboy culture” oggi in voga negli USA; tutto ciò mentre 1.500 soldati erano pronti a eventuali dispiegamenti interni, riflettendo un uso della forza come strumento di controllo politico e sociale.

La strategia statunitense si estende anche al Medio Oriente e all’Asia occidentale. In Iran, la leadership teocratica si trova sempre più spesso contrastata dalle proteste della popolazione, segnando un crescente scontro tra il potere politico-religioso e la società civile. Trump, inizialmente, aveva dichiarato di sostenere le rivolte popolari, adottando un tono di solidarietà verso i manifestanti; successivamente, preoccupato per le possibili conseguenze di un coinvolgimento diretto, ha di fatto preso tempo, lasciando che la repressione teocratica si abbattesse con durezza sulla popolazione, causando migliaia di morti e un clima di terrore interno.

Questa ambivalenza riflette una strategia politica basata su pressione indiretta e minaccia, piuttosto che su un impegno diretto a tutela dei diritti civili, evidenziando un approccio volto più a preservare la posizione strategica americana che a sostenere concretamente le istanze popolari.

Con la Russia e la Cina, invece, il rapporto rimane ambiguo: Mosca viene criticata per le sue azioni globali, ma in certe aree come l’Ucraina o il Venezuela, Washington accetta implicitamente la sua influenza; Pechino è considerata un rivale commerciale e tecnologico, ma la Casa Bianca cerca al contempo di contenerne l’espansione senza scatenare una rottura definitiva.

All’esterno, Trump ha imposto dazi fino al 25% a otto paesi europei per questioni legate alla Groenlandia, mostrando una diplomazia coercitiva verso alleati storici. Questo atteggiamento evidenzia la debolezza strutturale dell’Europa, incapace di formulare una politica estera autonoma, e la subalternità di governi nazionali come quello italiano, percepito come allineato alle scelte di Washington.

Nel Medio Oriente, il sostegno incondizionato a Israele e a Netanyahu, anche nei momenti più controversi del conflitto di Gaza, conferma il modello di politica estera trumpiana basata su alleanze strategiche unilaterali e legittimazione di interventi controversi, spesso in contrasto con il diritto internazionale.

Allo stesso tempo, le Big Tech rafforzano l’influenza statunitense sul piano globale, plasmando narrazioni, percezioni e opinione pubblica, creando un ordine internazionale in cui la competizione di potere supera le norme multilaterali e il dialogo basato sui fatti.

In questo quadro, il movimento AGISCI Italia ha espresso una critica politica netta verso l’eccessiva affinità del Governo Meloni con le posizioni trumpiane. Secondo il movimento, tale allineamento non si limita a una scelta transatlantica, ma rischia di compromettere la capacità dell’Italia di perseguire una politica estera autonoma coerente con gli interessi strategici nazionali ed europei. L’adesione a iniziative unilaterali di Washington — dalla convergenza su dazi e politiche migratorie alla gestione dei rapporti con Mosca e Pechino — comporta un allineamento operativo e ideologico che riduce la capacità di Roma di interagire efficacemente con gli alleati europei e con le istituzioni multilaterali, trasformando l’Italia in un soggetto allineato e limitando la sua influenza nei principali forum strategici globali.

In chiusura, occorre riflettere sul percorso trasformativo degli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump. Il Paese, storicamente promotore e garante di un ordine internazionale costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale, sembra oggi impegnato in una strategia che disarticola gli equilibri consolidati, mettendo a rischio la stabilità globale e le relazioni multilaterali su cui si fonda l’attuale architettura geopolitica.

Questa deriva non appare dettata solo da una visione ideologica o geopolitica, ma risente anche di considerazioni interne al sistema politico statunitense: il rischio reale di impeachment nel caso di una vittoria dei Democratici nelle elezioni statunitensi di midterm costituisce per Trump un fattore di pressione continua. In altre parole, le azioni che scuotono le alleanze internazionali e destabilizzano rapporti consolidati possono essere lette non solo come strategie di politica estera, ma come strumenti volti a ricompattare l’universo MAGA e i vari radicalismi della destra americana in vista dell’appuntamento elettorale del prossimo anno.

È proprio questa combinazione di volontà di potenza internazionale e gestione delle tensioni interne a rendere insonni le notti del Presidente, evidenziando quanto il percorso intrapreso dagli Stati Uniti sotto la sua guida possa risultare pericoloso, non solo per la comunità globale, ma anche per la stabilità interna e la credibilità della democrazia americana.

(*) Segretario Nazionale Agisci Italia

Aggiornamento Trump

Related posts

Accuse da B’tselem alle autorità israeliane: “Creato un regime di apartheid”  

Redazione Ore 12

Putin-Xi: il vertice cino-russo prova a riscrivere le regole, l’Europa guarda da spettatrice

Redazione Ore 12

Epstein e Israele, non solo Barak: nei file anche le donazioni all’Idf e i favori a Netanyahu

Redazione Ore 12