di Giuliano Longo *
Gli Stati Uniti e l’Iran stanno negoziando, tramite mediatori – Turchia, Egitto e Pakistan – i termini di un cessate il fuoco di 45 giorni, che potrebbe rappresentare il primo passo verso la fine della guerra. La notizia è stata riportata dall’agenzia americana Axios e confermata da tutte leagenzie di stampa internazionali.
Secondo le fonti dell’agenzia si sta valutando un piano in due fasi. La prima fase prevede un cessate il fuoco di 45 giorni, durante il quale le parti dovranno concordare la cessazione completa del conflitto. Tale cessate il fuoco potrà essere prorogato se necessario.
La seconda fase prevede un accordo definitivo per porre fine alla guerra con l’apertura dello Stretto di Hormuz e il destino dell’uranio altamente arricchito dell’Iran.
“I mediatori stanno cercando di ottenere almeno dei passi parziali in questi ambiti nella prima fase dell’accordo e stanno anche discutendo delle misure che gli Stati Uniti potrebbero adottare per garantire che il cessate il fuoco non sia temporaneo e che la guerra non riprenda”, rivela l’agenzia.
L’Iran, da parte sua, ha chiarito di non volere uno scenario in cui un cessate il fuoco sia formalmente in vigore, ma gli attacchi possano riprendere in qualsiasi momento, come è accaduto a Gaza e in Libano.
Secondo Axios, i mediatori stanno valutando ulteriori misure affinché gli Stati Uniti tengano conto delle richieste di Teheran. I contatti vengono mantenuti, anche attraverso messaggi tra l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi.
Nonostante questo intenso lavorio diplomatico è improbabile che si raggiunga anche solo un accordo parziale nelle prossime 48 ore ,termine posto da Trump prima di “scatenare l’inferno”..
“Tuttavia, quest’ultimo tentativo rappresenta l’unica possibilità per prevenire una brusca escalation del conflitto, che potrebbe includere attacchi massicci contro le infrastrutture civili iraniane e rappresaglie contro impianti energetici e idrici nei paesi del Golfo Persico“, si legge nella nota di agenzia.
Sabato Trump aveva minacciato di bombardare ponti e centrali elettriche iraniane se llo Stretto di Hormuz non fosse stato immediatamente sbloccato, suggerendo tuttavia che un accordo con l’Iran potrebbe essere concluso già domani il 6 aprile, termine ultimo per la revoca del blocco dello Stretto che scade mercoledì sera.
A sua volta l’Iran aveva risposto che lo Stretto sarebbe stato aperto solo dopo il risarcimento dei danni e nell’ambito di un “nuovo regime giuridico” basato su tariffe di transito, promettendo inoltre di dare “l’inferno” agli Stati Uniti.
Ma la chiusura dello Stretto di Hormuz è un evento senza precedenti? Già negli anni ’80-88 lo Stretto di Hormuz fu quasi completamente chiuso quando l’Iran, era in guerra con l’Iraq, e piazzò mine, minacciando il traffico marittimo come sta facendo oggi.
Da allora gli Stati Uniti trasferirono il loro principale centro di comando (CENTCOM) dall’Arabia Saudita alla base aerea di Al Udeid in Qatar nel 1996. In seguito alla guerra in Iraq del 2003, fu costruito Camp Arifjan in Kuwait, oltre alla presenza della base aerea di Al Udeid in Qatar; lo spostamento del quartier generale della Quinta Flotta statunitense in Bahrein.
Attualmente gli Stati Uniti disporrebbero in Medio Oriente circa 40.000-50.000 soldati, contro i 100.000 soldati in Iraq e i 70.000 in Afghanistan.
E’ allora comprensibile che Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC) stia prendendo di mira beni e infrastrutture americani in tutto il Golfo, nel tentativo di trasformare un conflitto bilaterale in una crisi regionale più ampia.
L’ obiettivo strategico dell’Iran è che i Paesi del Golfo considerino le basi americane presenti nei loro territori come catalizzatori di escalation anziché come scudi..
L’ultima carta di Teheran di bloccare definitivamente Hormuz non va quindi esclusa, soprattutto se la minaccia di Trump di colpire le strutture energetiche iraniane avrà un seguito,
Un carta disperata e autolesionista degli interessi petroliferi iraniani, ma considerata da Teheran l’Armageddon della sopravvivenza del suo regime incoraggiata dalla incoerenza del presidente americano che aveva promesso scorte navali alle petroliere che attraversano lo stretto, chiedendo anche il sostegno internazionale.
La incoerente retorica di Trump di giorno in giorno ha fatto impennare e crollare i prezzi del petrolio, ma il prezzo è aumentato man mano che è diventato più chiaro che l’Iran ha il coltello dalla parte del manico nello stretto, anche in futuro.
*Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale
