Economia e Lavoro

Conti pubblici: Unimpresa, avanzo primario quadruplica da 17,8 a 59,7 mld entro 2029

Roma, 9 apr. (askanews) - Superare le attuali difformità nella classificazione dell’uso del suolo e sbloccare l’accesso alle risorse della Politica agricola comune, che ammontano a 40milioni di euro di pagamenti diretti e 20 milioni di risorse collegate alle misure del CSR 2023-2027. Questi i punti principali dell’Accordo sottoscritto questa mattina a Cagliari dall’Assessorato dell’Agricoltura e Riforma Agro-pastorale, Argea e Agea, l’agenzia nazionale vigilata dal Ministero dell’Agricoltura che coordina e gestisce i finanziamenti europei della PAC. “Sulle pratiche locali tradizionali stiamo affrontando con determinazione una criticità che incide in modo rilevante sui tempi dei pagamenti”, spiega l’assessore Francesco Agus. “Il confronto avviato con Agea, che ringraziamo per la collaborazione, va nella direzione giusta: uniformare le procedure, rafforzare i controlli e soprattutto garantire tempi certi agli agricoltori”. Grazie alla stipula dell’Accordo si avvia un percorso virtuoso che ha un duplice obiettivo: il riconoscimento di 57mila particelle di aree di pascolo che risultano attualmente classificate come superfici boschive nel SIAN, il sistema informativo del comparto agricolo, agroalimentare e forestale, e il conseguente sblocco delle risorse per le aziende che attualmente operano in superfici in fase di validazione. La soluzione condivisa tra le strutture coinvolte prevede l’utilizzo di sistemi informatici evoluti per la certificazione delle particelle validabili come Pratiche locali tradizionali (PLT). “L’obiettivo della nostra amministrazione - sottolinea Agus - è chiaro: superare definitivamente le attuali difficoltà, nate nel 2023 con l’introduzione della “Carta dell’uso del suolo” e riportare il sistema dei pagamenti su standard di efficienza e affidabilità adeguati alle aspettative del comparto”. Alla firma dell’Accordo erano presenti all’assessorato dell’Agricoltura i vertici nazionali di Agea, Agenzia per le erogazioni in agricoltura, il direttore generale Fabio Vitale e del presidente di Agea Coordinamento, Salvatore Carfì.

 

L’avanzo primario dell’Italia è destinato quasi a quadruplicarsi nell’arco di cinque anni, passando da 17,8 miliardi nel 2025 a 59,7 miliardi nel 2029, mentre il deficit scenderà dal 3,1% al 2,1% del Pil senza aumenti strutturali della pressione fiscale. È quanto emerge da un’analisi del Centro studi di Unimpresa, che delinea, sulla base dell’ultimo Documento di finanza pubblica, una traiettoria di consolidamento dei conti pubblici graduale ma strutturale, costruita attraverso il contenimento della spesa e la crescita nominale dell’economia. Il saldo primario, si sottolinea, migliorerà di 1,6 punti di Pil nel quinquennio, passando dallo 0,8% al 2,4%, mentre l’indebitamento netto si ridurrà da -69,4 miliardi nel 2025 a -51,9 miliardi nel 2029. Parallelamente, il Pil nominale salirà da 2.258 miliardi a 2.497 miliardi, con una crescita media annua compresa tra il 2,4% e il 2,6%, contribuendo ad alleggerire il peso relativo del debito pubblico e della spesa statale. La pressione fiscale resterà invece sostanzialmente invariata per tutto l’orizzonte previsivo: 43,1% nel 2025, 42,9% nel 2026, 43,2% nel 2027, 43,0% nel 2028 e 43,1% nel 2029. Il dato più significativo è proprio l’assenza di nuove strette fiscali: il riequilibrio dei conti avviene sul lato della spesa, non attraverso l’aumento del carico tributario su famiglie e imprese. Le entrate tributarie, d’altra parte, cresceranno in modo regolare da 666,6 miliardi a 734,2 miliardi, con incrementi coerenti con l’andamento del Pil nominale, mentre il saldo di parte corrente resterà positivo lungo tutto il quinquennio, passando da 48,8 miliardi a 53,9 miliardi. Le entrate correnti saliranno da 1.070,2 miliardi a 1.184,7 miliardi, mantenendosi stabilmente superiori alle spese correnti. La spesa finale della pubblica amministrazione, pur aumentando in termini assoluti da 1.155,3 miliardi a 1.245,4 miliardi, diminuirà dal 51,2% al 49,9% del Pil. È la dimostrazione di una spesa pubblica che cresce meno dell’economia, elemento fondamentale per ottenere un consolidamento non recessivo. In crescita anche i redditi da lavoro dipendente, da 203,8 miliardi a 218,8 miliardi, e i contributi sociali, da 305,9 miliardi a 342,7 miliardi, segnale di una base occupazionale e contributiva giudicata solida e stabile. Le spese in conto capitale, dopo il picco legato al Pnrr, scenderanno invece da 133,9 miliardi a 114,6 miliardi, con un’incidenza sul Pil in calo dal 5,9% al 4,6%. “Abbiamo, grazie al governo di Giorgia Meloni, un percorso di normalizzazione dei conti pubblici fondato su crescita, disciplina di bilancio e maggiore efficienza della spesa, senza ricorrere a manovre straordinarie o correttive aggressive. I numeri indicano una traiettoria di consolidamento credibile, graduale e finalmente strutturale dei conti pubblici italiani. Il forte aumento dell’avanzo primario, che passa da 17,8 miliardi a quasi 60 miliardi nel giro di cinque anni, rappresenta un segnale importante di affidabilità finanziaria del Paese sui mercati internazionali e nei confronti delle istituzioni europee”, commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. “Ancora più rilevante è il fatto che questo percorso avvenga senza nuove strette fiscali su famiglie e imprese, ma attraverso una dinamica della spesa più ordinata e coerente con la crescita dell’economia. La riduzione progressiva del deficit, la stabilità della pressione fiscale e la crescita costante del Pil nominale delineano un quadro di maggiore equilibrio rispetto al passato. È una condizione che consente all’Italia di affrontare una fase internazionale ancora complessa e instabile con basi più solide rispetto a precedenti stagioni di crisi. Naturalmente, la prudenza resta necessaria, soprattutto in presenza di tensioni geopolitiche e rallentamenti del commercio globale, ma la direzione indicata dal Dfp appare positiva: consolidare i conti senza deprimere crescita, consumi e investimenti è la strada più utile per rafforzare la fiducia e sostenere lo sviluppo del sistema produttivo”, aggiunge Longobardi.

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