Nel 2025 in Italia la popolazione a rischio di povertà, misurata in base al reddito familiare, ammonta a quasi 11 milioni di individui (18,6 per cento del totale, stabile rispetto al 2024), dato che conferma la persistenza di un’area di vulnerabilità economica ampia e strutturale all’interno del Paese.
Lo sottolinea l’Istat nel Rapporto Annuale 2026. Si diffondono forme specifiche di disagio, come la povertà energetica, che rifllette l’aumento dei costi e la fragilità dei redditi, mentre l’incidenza dell’insicurezza alimentare diminuisce.
Per chi vive in famiglie con almeno un componente straniero, l’incidenza del rischio di povertà è più che doppia (33,7 per cento, contro il 16,6 delle persone in famiglie di soli italiani).
Particolarmente esposte sono anche le persone che vivono in famiglie monogenitoriali con figli minori (36,3 per cento). Le percentuali più elevate si registrano nelle Isole (35,4 per cento) e nel Sud (30,5 per cento), a fronte di valori sensibilmente inferiori nel Centro (15,1 per cento) e nel Nord (11,2 per cento nel Nord-ovest e 9,4 nel Nord-est).
Nel 2025 il 35,9 per cento degli individui dichiara che le spese per l’abitazione rappresentano un onere economico pesante; il 22,4 per cento riferisce di arrivare alla fine del mese con difficoltà o con grande difficoltà, e il 47,7 per cento dichiara di non essere riuscito a risparmiare nell’ultimo anno. Una quota significativa di famiglie sperimenta limitazioni nella capacità di sostenere spese non ordinarie o di accedere a consumi che contribuiscono al benessere e alla qualità della vita: il 35,7 per cento della popolazione non può permettersi infatti una settimana di vacanza all’anno lontano da casa e il 25,6 per cento ha difficoltà a fare fronte, con risorse proprie, a spese impreviste.
Ulteriori elementi di criticità sono evidenziati dal 5,2 per cento degli individui (più di 2 milioni di cittadini italiani e quasi 1 milione di stranieri) in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale. Condizioni socioeconomiche disagiate possono compromettere la capacità di acquistare cibo sufficiente, nutriente e di qualità. In Italia, spiega l’Istat, dal 2014 si osserva un generale miglioramento di questo indicatore: la quota di persone che non poteva permettersi un pasto proteico era pari al 12,6 per cento nel 2014, ha raggiunto il 14,3 per cento nel 2016 ed è scesa stabilmente sotto il 10,0 per cento a partire dal 2019. Nel 2025 l’incidenza si attesta al 9,3 per cento (9,9 per cento nel 2024), interessando circa 5,4 milioni di individui. Il fenomeno non si manifesta in modo omogeneo sul territorio: nel 2025 il valore è più elevato nel Mezzogiorno (13,2 per cento), mentre si colloca su livelli sensibilmente più contenuti nel Nord-Est (6,0 per cento), nel Nord-Ovest (7,7 per cento) e nel Centro (8,0 per cento). La povertà energetica è una sorta di moltiplicatore di disagio che non consente alle famiglie l’accesso a servizi energetici essenziali come riscaldare o raffreddare la casa, cucinare, illuminare gli ambienti o utilizzare gli elettrodomestici di base. Negli ultimi anni si è registrato un incremento della povertà energetica delle famiglie, dal 7,7 per cento nel 2022 al 9,0 per cento nel 2023 e al 9,1 per cento nel 2024. L’aumento ha interessato tutto il territorio, in particolare il Nord-Ovest (da 5,6 a 8,0 per cento) e le Isole (da 11,2 a 14,6 per cento).
Oltre 4 mln di lavoratori vulnerabili, in calo ma sono ancora 17% totale
Nel 2025 le forme di lavoro standard riguardano 15,7 milioni di individui – circa 2,3 milioni in più rispetto al 2019 -, rappresentando quasi i due terzi dell’occupazione totale (erano il 58,0 per cento nel 2019). I lavoratori ‘vulnerabili’ (a termine e/o in part-time involontario) si sono ridotti di quasi un milione rispetto al 2019, scendendo a oltre 4 milioni di unità nel 2025 (17 per cento degli occupati, contro il 22,3 del 2019), con una maggiore presenza tra le donne (23 per cento) e i giovani (oltre il 30 per cento tra i 15-34enni). Il divario tra lavoro vulnerabile e lavoro standard è particolarmente marcato sotto il profilo retributivo: nel settore privato extra-agricolo nel 2023 la retribuzione lorda mediana dei lavoratori standard è pari a oltre 28mila euro annui, mentre per i lavoratori vulnerabili non raggiunge i 7mila euro, a causa della forte frammentarietà dei loro percorsi nel mercato del lavoro e del più ridotto numero di ore lavorate. Le donne, in ogni tipo di occupazione, mostrano livelli retributivi più bassi rispetto agli uomini: la mediana è di oltre 2mila euro inferiore (29,2 contro 26,9mila euro) se si tratta di occupazione standard, e si attesta a circa 1,8mila euro se la lavoratrice è vulnerabile (7,7 contro 5,9mila euro). Anche tra i lavoratori del Mezzogiorno si registrano retribuzioni e numero di ore retribuite sistematicamente inferiori in confronto ai lavoratori del Centro-Nord. In mediana, i lavoratori standard nel Nord guadagnano circa 5mila euro in più rispetto a quelli nel Mezzogiorno, che hanno una probabilità doppia di percepire una bassa retribuzione oraria (3,2 contro 1,5 per cento). Le retribuzioni mediane annuali dei lavoratori vulnerabili nel Mezzogiorno non superano la soglia di 6mila euro e l’incidenza dei giorni senza contratto raggiunge quasi il 50 per cento.
Tasso occupazione cresce ma è inferiore a principali partner europei
Nel 2025 l’occupazione in Italia prosegue la fase di espansione (+0,8 per cento), pur manifestando un progressivo rallentamento rispetto ai tassi di crescita del biennio precedente. Nel confronto di medio periodo (2019-2025), l’incremento degli occupati in Italia (+4,3 per cento) risulta superiore a quello della Germania (+2,4 per cento), ma ancora inferiore rispetto a Francia (+6,4 per cento) e Spagna (+12,6 per cento).
La dinamica occupazionale si accompagna a una marcata riduzione del numero di disoccupati, che tra il 2019 e il 2025 sono diminuiti del 42,6 per cento. Il tasso di occupazione raggiunge il 62,5 per cento (+3,5 punti percentuali rispetto al 2019), portando quello di disoccupazione al 6,1 per cento nella media del 2025 (+5,2 per cento a marzo 2026). Nonostante i miglioramenti, il tasso di occupazione nazionale rimane strutturalmente inferiore a quello dei principali partner europei.
Le retribuzioni contrattuali nel 2025 sono aumentate più dell’inflazione: del 3,1 per cento in termini nominali, con incrementi più accentuati nell’industria (+3,4 per cento) rispetto ai servizi (+3,0 per cento) e alla pubblica amministrazione (+2,7 per cento), mentre l’inflazione misurata dall’Ipca si è attestata nel 2025 all’1,6 per cento, posizionandosi su tassi inferiori alla media dell’area euro (+2,1 per cento).
Tuttavia, nel corso dei primi mesi del 2026, le tensioni geopolitiche hanno determinato una brusca inversione di tendenza dei prezzi dell’energia (+9,3 per cento ad aprile), portando l’indice armonizzato dei prezzi al consumo in Italia a crescere ad aprile al 2,8 per cento su base annua. Questo andamento ha permesso per il secondo anno consecutivo di realizzare un recupero, sebbene alla fine del 2025 la perdita di potere di acquisto rispetto al 2019 rimanga ancora ampia, pari al +8,6 per cento. Qualora persistesse la crisi scaturita dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, potrebbe realizzarsi un sorpasso dell’inflazione rispetto alla dinamica salariale.
Istat: Italia resiliente ma ritardo innovazione è criticità strutturale
Un Paese resiliente dove, “in un contesto non certo semplice, la stima preliminare del Pil italiano per il primo trimestre ha indicato una variazione positiva dello 0,2 per cento rispetto ai tre mesi precedenti e una crescita acquisita per il 2026 pari allo 0,5 per cento” e, anche se “lo scenario visivo per l’Italia resta caratterizzato dalla prevalenza di rischi al ribasso”, le stime più recenti dei principali previsori italiani e internazionali indicano comunque il mantenimento di un ritmo di crescita simile a quello osservato nel 2025. “Resilienza”, ma anche poca capacità di innovare in modo sistematico sono la cifra prevalente dell’economia italiana, capace di resistere agli choc, ma più in difficoltà se si tratta di imprimere un cambio di passo. “Permangono criticità strutturali legate alla debolezza della produttività e ai ritardi negli investimenti immateriali e nell’innovazione”, scrive l’Istat. “Negli ultimi anni – si legge nel rapporto – la crescita economica è stata sostenuta soprattutto dall’aumento dell’occupazione e delle ore lavorate e, in misura più moderata, dall’incremento del capitale. La produttività del lavoro e quella totale dei fattori hanno invece mostrato un andamento debole o negativo, segnalando persistenti difficoltà del nostro sistema produttivo nel generare uno stimolo rilevante e duraturo alla crescita economica tramite l’innovazione e l’efficientamento dei processi produttivi”.
Italia cresce meno che Spagna, pesano gap su tecnologia e spesa pubblica
Nel confronto internazionale, l’economia italiana, con lo 0,5 per cento di crescita nel 2025 (in lieve decelerazione rispetto allo 0,8 per cento del 2024), è cresciuta meno rispetto a quella della Spagna, anche se più di quella tedesca, il cui Pil è aumentato dopo due anni consecutivi di flessione. In particolare, tra il 2022 e il 2025, nella fase successiva al recupero dei livelli prepandemici, il Pil spagnolo ha registrato una crescita cumulata del 9,0 per cento, a fronte di un 2,3 per cento in Italia.
Come mai la Spagna cresce di più? A questo l’Istat ha dedicato un focus all’interno del Rapporto Annuale 2026: il risultato non è riconducibile esclusivamente a episodi ciclici, ma riflette anche una maggiore capacità dell’economia spagnola di generare una crescita più sostenuta della domanda interna e dell’attività produttiva, anche attraverso incrementi della produttività e un maggiore orientamento verso settori a tecnologia più avanzata, specialmente nei servizi. A determinare la migliore performance spagnola sono fattori molteplici e includono non solo una crescita più intensa dei consumi delle famiglie, ma anche un maggiore impulso della spesa pubblica, spiega l’Istat.
In Spagna, infatti, l’aumento cumulato della spesa delle amministrazioni pubbliche è stato pari al 10,2 per cento, a fronte del 3,1 per cento registrato in Italia, riflettendo anche vincoli di bilancio meno stringenti. A pesare anche il maggiore dinamismo dei consumi delle famiglie in Spagna rispetto a quelli italiani, riconducibile sia a fattori demografi, sia a una crescita sostenuta dei redditi reali. La Spagna ha inoltre registrato un tasso di crescita degli investimenti (del 2025 rispetto al 2022) superiore a quello dell’Italia (+16,1 per cento, contro +10,4 per cento in Italia), mostrando anche una diversa composizione. In Italia la crescita degli investimenti è stata fortemente concentrata nelle costruzioni (+14,7 contro +15,4 per cento in Spagna), mentre in Spagna è stata più marcata la dinamica delle attività legate alla proprietà intellettuale (+23,7 contro +7,8 per cento in Italia). La crescita spagnola, spiega inoltre l’Istat, ha fatto maggiormente leva sull’espansione dell’occupazione e della partecipazione al mercato del lavoro, anche in relazione alla crescita della popolazione in età lavorativa, sulla quale ha influito positivamente la componente straniera.
Nascite in calo, numero figli per donna al minimo storico
Il calo delle nascite, che si associa a un’età media al parto elevata (32,7 anni, nel 2025), è alimentato, oltre che dalla minore propensione ad avere figli, anche dalla ridotta consistenza delle generazioni in età riproduttiva, sempre meno numerose nella popolazione. Nel 2025, le nascite si attestano a 355mila unità, in calo del 3,9% rispetto all’anno precedente; il numero medio di figli per donna tocca un minimo storico di 1,14, collocando l’Italia tra i paesi europei con la fecondità più bassa. Le donne diplomate o laureate, in particolare, presentano livelli di fecondità meno elevati e calendari riproduttivi più tardivi, con una concentrazione delle nascite in un intervallo di età più ristretto. In questo contesto, si riduce la quota di 18-49enni che esprimono l’intenzione di avere un figlio (dal 50,7% del 2003 al 45,3% del 2024), frenati principalmente da incertezze economiche e lavorative.
Istat: in Italia 58,9 milioni di residenti, perso 1 mln in 10 anni
La popolazione residente in Italia al 1° gennaio 2026 è di 58,9 milioni di persone. Il tasso di crescita è prossimo allo zero, ma in miglioramento rispetto al biennio precedente (-0,5 per mille del 2024 e -0,4 per mille nel 2023). Nell’ultimo decennio la popolazione italiana è diminuita di oltre un milione di unità (da 60,2 milioni al 1° gennaio 2016 a 58,9 milioni al 1° gennaio 2026). L’andamento demografico non è uniforme sul territorio nazionale: nel 2025 la popolazione è stabile al Centro e in aumento al Nord, mentre diminuisce al Sud e nelle Isole. Anche le Aree Interne perdono popolazione, specialmente quelle del Mezzogiorno. La struttura demografica dell’Italia è fortemente sbilanciata verso le fasce di età più anziane. Al 1° gennaio 2026, l’età media della popolazione residente è di 47,1 anni, in crescita di quasi due mesi e mezzo rispetto all’anno precedente. I giovani fino a 14 anni, spiega l’Istat, costituiscono l’11,6% della popolazione, mentre gli individui di 65 anni e più, aumentati dell’11,3% in un decennio, sono arrivati a rappresentare il 25,1% del totale.
Ceto medio oltre 61% popolazione, è il 49,2% al Sud
In Italia il ceto medio rimane la componente maggioritaria della popolazione – il 61,2 per cento degli individui residenti in Italia – e svolge un ruolo fondamentale come motore dei consumi, dell’innovazione e della stabilità sociale. Il ceto medio può essere definito come l’insieme delle persone con un reddito familiare equivalente netto compreso tra il 75 e il 200 per cento del valore mediano.
In base a questa definizione, è possibile distinguere 4 gruppi: le famiglie a rischio di povertà (con un reddito inferiore al 60 per cento della mediana, soglia di povertà utilizzata per stimare il rischio di povertà); i meno abbienti (con redditi tra il 60 e il 75 per cento della mediana); il ceto medio (tra il 75 e il 200 per cento della mediana); gli abbienti (oltre il 200 per cento della mediana). Nel corso degli ultimi dieci anni, la consistenza del ceto medio è leggermente cresciuta (nel 2015 era il 59,8 per cento), a fronte di una moderata riduzione di quella del gruppo a rischio di povertà (dal 19,9 al 18,6 per cento) e di una sostanziale stabilità degli altri due gruppi (dall’11,4 all’11,7 per cento per i meno abbienti; dall’8,8 all’8,6 per cento per gli abbienti). La maggiore diffusione del ceto medio si osserva nel Nord; in particolare, oltre il 71,0 per cento delle persone del Nord-Est appartiene a questo gruppo, contro il 49,2 per cento nel Sud e il 45,2 nelle Isole, aree in cui, invece, è la popolazione a rischio di povertà ad avere quote più elevate.
Sedentarietà in calo, stabile quota persone in eccesso di peso
Nel 2025 continua a ridursi la sedentarietà degli italiani (-2,4% rispetto al 2024), un problema che riguarda ancora 3 persone su 10. Con valori stabili negli ultimi tre anni la quota di persone adulte in eccesso di peso si attesta al 46,4%, mentre il 15,1% della popolazione di 11 anni e più ha almeno un comportamento di consumo di alcol a rischio. È fumatore, inoltre, il 18,6% della popolazione adulta. Negli ultimi quattro anni è raddoppiato l’uso della sigaretta elettronica e dei prodotti a tabacco riscaldato non bruciato: dal 3,9% nel 2021 al 7,4% nel 2025.
Clima, aumentano caldo e notti tropicali in Italia
“Il 2025 si conferma tra gli anni più caldi mai registrati, con temperature globali superiori di 1,4 gradi rispetto ai livelli pre-industriali”. “In Italia, i capoluoghi di regione hanno rilevato nel biennio 2022-2023 i valori termici più elevati dal 1971, accompagnati da un incremento degli eventi estremi – osserva l’Istat – tra il 2000 e il 2024 si sono contati 188 eventi alluvionali e allagamenti nelle aree urbane, con Milano, Genova e Roma tra le città più esposte”. In aumento le ondate di calore, e “il numero di giorni estivi e di notti tropicali”.
Si consolida disaccoppiamento Pil-emissioni nel 2024
“Nel 2024 si consolida il disaccoppiamento tra crescita economica e pressione ambientale: a fronte di un aumento del Pil”, a +0,8% in volume, “i consumi energetici flettono dello 0,5% e le emissioni di gas climalteranti diminuiscono del 2,8%”. “L’intensità energetica scende a 3,2 terajoule per milione di euro – osserva l’Istat – confermando un progressivo miglioramento dell’efficienza del sistema produttivo”.
Marino Marini
