Economia e Lavoro

Istat: rapporto, oltre 24% giovani interrompe studi per volontà di lavorare

Presidente dell'Istat, Francesco Maria Chelli in occasione del Rapporto ISTAT 2026 . Camera dei Deputati, Roma Giovedì 21 Maggio 2026 (photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)
Presidente dell'Istat, Francesco Maria Chelli in occasione del Rapporto ISTAT 2026 . Camera dei Deputati, Roma Giovedì 21 Maggio 2026 (photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

Il 6,2% dei diplomati con un titolo che permette l’accesso a un corso di studio terziario ha interrotto il percorso universitario dopo averlo iniziato; interruzione che, in Italia e soprattutto in Europa, è legata alla difficoltà o al mancato interesse per gli studi intrapresi.

Lo sottolinea l’Istat nel rapporto ‘Giovani e mercato del lavoro’, armonizzato a livello europeo e inserito nella Rilevazione sulle forze di lavoro condotta nel corso del 2024. Nella media europea tale motivazione riguarda una interruzione su due (49,8%) e in quella italiana una su tre (34,3%); nel nostro Paese sono infatti più frequenti le interruzioni dovute al desiderio di lavorare (24,5% rispetto al 12,1% nella media Ue27) e alle ragioni familiari o personali (24,3% e 15,2%).

Tasso occupazione 20-34enni usciti da percorsi istruzione è al 70,2%

Nel 2024 il tasso di occupazione dei 20-34enni si ferma al 57,9%; una parte consistente di questi giovani è infatti ancora inserita in percorsi di istruzione e formazione. Se si restringe il campo di osservazione ai giovani ormai usciti dai percorsi di istruzione e formazione, la quota di occupati sale al 70,2% e appare evidente il vantaggio che una maggiore istruzione dà nel mercato del lavoro: il tasso di occupazione dei 20-34enni con al più un titolo secondario inferiore è pari al 56,2%, sale al 71,1% tra i giovani con diploma e raggiunge l’82,2% tra coloro con titolo terziario. D’altra parte, sottolinea l’Istat, i giovani non occupati con un basso livello d’istruzione sono più spesso inattivi – il tasso di inattività è al 32,2% contro il 19,8% dei diplomati e l’11,4% dei laureati – o disoccupati, il tasso di disoccupazione è pari al 17,1%, rispetto all’11,3% tra i diplomati e al 7,2% tra i laureati. Il tasso di occupazione, specifica inoltre l’Istat, aumenta con l’età e la differenza risulta piuttosto marcata: dal 61,1% nella classe di età 20-24 anni, al 71,4% tra i 25-29enni, fino al 73,7% tra i 30-34enni. Le differenze persistono anche se si considerano solamente i titoli terziari: il tasso di occupazione passa dal 79,7% per la classe di età 25-29 anni all’86,3% per quella 30-34 anni. Tra i giovani uomini il 77,4% è occupato, quota che scende al 61,9% per le donne. Al crescere del titolo di studio posseduto, il divario occupazionale di genere si riduce decisamente: la differenza tra i tassi di occupazione maschili e quelli femminili passa da 34,1 punti per i titoli di studio più bassi a 17,8 punti per quelli medi, a 4,1 punti tra chi possiede un titolo terziario. La stessa evidenza caratterizza la differenza di genere nei tassi di disoccupazione: passa da 7,2 punti tra i titoli più bassi a 4,0 per i medi e 0,4 punti per i più elevati.

Quasi 61% diplomati sceglie di non proseguire studi

Nel 2024 il 60,7% dei giovani con un diploma che consente l’accesso a un corso terziario non ha mai intrapreso percorsi di studio di livello più elevato. Il motivo prevalente è la volontà di iniziare a lavorare, dichiarato da oltre sei diplomati su 10; seguono le ragioni economiche (necessità economica di lavorare oppure costi troppo alti per l’iscrizione, l’acquisto dei materiali o il mantenimento agli studi), i motivi familiari e personali, la convinzione che l’istruzione ricevuta sia sufficiente e, in quota residuale, le caratteristiche dell’offerta formativa (ad esempio corsi non interessanti o eccessiva difficoltà del test di ingresso). Fra le ragioni del mancato proseguimento degli studi, sottolinea l’Istat, il desiderio di entrare nel mercato del lavoro è più diffuso tra i maschi (69,4%) rispetto alle femmine (57,9%), che più frequentemente riferiscono motivi familiari e personali (12,6% contro il 5,7%) riconducibili in larga parte alle responsabilità familiari. Tra i giovani stranieri, la quota di chi ritiene sufficiente il livello di istruzione raggiunto è quasi doppia rispetto agli italiani (12,6% contro il 6,9%), così come sono molto più elevate le ragioni familiari e personali (19,7% verso 7,6%) e quelle economiche (18,1% contro 13,3%).

33% diplomati si ritiene sovra-istruito rispetto a lavoro svolto

Nel 2024, il 60,7% dei diplomati e il 71,5% dei laureati occupati o con una precedente esperienza lavorativa dichiara adeguata al proprio grado di istruzione la professione (o l’ultima professione) svolta; entrambe le quote sono inferiori a quelle medie Ue27 (67,7% e 73,7%). Minore anche la quota di sottoistruiti, ossia di chi dichiara che per il lavoro svolto sarebbe necessario un più alto livello di istruzione rispetto a quello posseduto: il 6,3% dei diplomati e il 3,7% dei laureati (9,5% e 4,2% in Ue27).  In Italia più spesso che in Europa i giovani ritengono, infatti, sottolinea l’Istat, di svolgere (o di aver svolto) un lavoro per il quale sarebbe stato sufficiente un livello di istruzione più basso di quello posseduto: lo dichiara il 33,0% dei diplomati e il 24,8% dei laureati (22,8% e 22,1% i rispettivi valori Ue27), evidenziando un gap con la media europea particolarmente marcato nel caso dei diplomati. La percezione di sovraistruzione, sottolinea inoltre l’Istat, non mostra significative differenze di genere tra i laureati, mentre risulta più diffusa tra le donne diplomate (35,6%) rispetto agli uomini (31,2%). Per i diplomati, inoltre, l’incidenza è superiore tra i residenti nel Mezzogiorno (36,1%), rispetto ai laureati nel Centro e nel Nord (26,2% e 25,5%). Per i laureati la quota di sovraistruiti è più elevata tra chi ha genitori con un basso livello di istruzione: 29,5%, rispetto a 23,9% se il titolo dei genitori è secondario superiore e 22,7% se terziario. Anche tra i giovani nati all’estero la sovraistruzione è più diffusa rispetto a chi è nato in Italia – sia tra chi è in possesso di diploma (42,2% contro 31,5%) sia tra coloro con titolo terziario (41,8% contro 23,4%) – raggiungendo la differenza più marcata tra i maschi laureati: è sovraistruito il 50,0% dei nati all’estero contro il 23,4% dei nati in Italia. Per il complesso dei laureati il gap tra nati in Italia e nati all’estero (18,4 punti) risulta doppio rispetto a quello osservato nella media Ue27, dove l’incidenza di laureati sovraistruiti tra i nativi (20,9%) e i non nativi (29,9%) scende a 9 punti.

Quota laureati tra i giovani inferiore rispetto a media Ue

Nel 2024, i giovani tra i 20 e i 34 anni residenti in Italia sono 9 milioni e 101mila: il 17,5% ha al più un titolo secondario inferiore, il 57,5% un titolo secondario superiore e il 25,1% un titolo terziario. In Italia la quota di laureati tra i giovani risulta inferiore rispetto alla media Ue27 (-11,3 punti. Il 95,6% dei giovani di 20-34 anni che hanno un titolo secondario inferiore è fuori dai percorsi di istruzione, quota che scende al 70,4% tra i diplomati. Il 29,6% dei diplomati sta ancora seguendo un corso di studio; quando si tratta di un titolo che consente l’accesso a un corso terziario (la quasi totalità dei casi), la quota sale al 33,1%, contro il 2,4% tra chi ha un diploma che non consente il passaggio diretto. Tra i laureati, il 25,1% è ancora inserito in un percorso formativo, che nella maggioranza dei casi è costituito da corsi di laurea specialistica/magistrale e, in un caso su cinque, da corsi post-laurea (master, specializzazioni, dottorato).

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