Cronaca

Cosenza: due fermi per omicidio plurimo dei braccianti carbonizzati ad Amendolara

di Elisa Barresi
(LaPresse) – Una svolta decisiva ha segnato nella giornata di martedì le indagini sulla strage di Amendolara, in provincia di Cosenza, dove quattro braccianti di nazionalità pakistana sono morti carbonizzati all’interno di un minivan. Le autorità hanno infatti proceduto al fermo di due persone con l’accusa di omicidio plurimo, ritenendole i diretti responsabili dell’eccidio consumatosi presso una stazione di servizio situata lungo la strada statale 106.
A incastrare i presunti responsabili è stato un documento video inequivocabile, registrato dalle telecamere di sorveglianza dell’area di servizio, che gli inquirenti hanno analizzato con estrema attenzione. Il filmato restituisce una sequenza di inaudita ferocia, definita dagli stessi investigatori come una vera e propria “trappola di fuoco”. Nelle immagini si vedono chiaramente due individui avvicinarsi al veicolo e appiccare l’incendio; subito dopo, i due avrebbero premuto con forza sulle portiere del mezzo per assicurarsi che i migranti chiusi nell’abitacolo non potessero scappare o trovare alcuna via di scampo mentre le fiamme divampavano.
La tragedia si è consumata in un orario compreso tra le 12:30 e le 13:00, a pochi passi dalle colonnine del carburante. Mentre una densa colonna di fumo nero si alzava verso il cielo, segno visibile del dramma dei quattro lavoratori arsi vivi, i due assalitori si davano alla fuga. Tuttavia, la rapidità d’azione della polizia e la tempestiva analisi dei filmati hanno permesso di individuare e rintracciare i due sospettati, chiudendo il cerchio su un crimine che ha profondamente scosso l’opinione pubblica.
L’intera vicenda solleva interrogativi pesanti sulle condizioni di vita e di lavoro dei migranti nella zona, trasformando un normale luogo di sosta in uno scenario di morte premeditata.
Secondo quanto emerso dalle testimonianze raccolte, dietro la strage si staglierebbe l’ombra inquietante del caporalato. Un superstite, riuscito a fuggire rompendo un finestrino, ha offerto un racconto drammatico che spiegherebbe la ferocia dell’agguato.
Si tratta di un cittadino afghano, intervistato dal Tgr della Calabria. L’uomo ha raccontato che tre delle vittime erano suoi connazionali, la quarta vittima invece era di nazionalità pakistana.
L’uomo ha riferito anche che i due fermati erano coloro che volevano dei soldi per il trasporto, che le vittime non volevano dare.
La richiesta di legalità e di diritti basilari sarebbe stata la scintilla che ha scatenato la ritorsione punitiva, culminata nel rogo del minivan. “I soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì ma i soldi no”, ha raccontato aggiungendo che c’è una “grande mafia del Pakistan”.
È il grido che emerge dalle dichiarazioni di chi è scampato alla morte, delineando un contesto di sfruttamento e violenza che va ben oltre la cronaca nera.

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