Primo piano

Le vacanze al Sud. Perché per i meridionali sono sempre un ritorno al paese interiore

di Michele Rutigliano (*)

“Si può lasciare il proprio paese, ma il nostro paese non ci abbandonerà mai.” Forse è questa la frase che meglio racconta un sentimento condiviso da milioni di meridionali sparsi in Italia e nel mondo. Ogni estate si rinnova un rito antico e sentimentale. Le autostrade si riempiono di automobili dirette verso il Sud, le stazioni e gli aeroporti diventano il punto di partenza di un viaggio che, in realtà, è molto più interiore che geografico. Chi vive a Milano, Torino, Roma, Berlino o in America sente improvvisamente il bisogno di tornare nel proprio paese. Non soltanto per trascorrere le vacanze, ma per ritrovare qualcosa di sé. È un richiamo difficile da spiegare. Non nasce dalla nostalgia di un luogo perfetto. I nostri paesi, come sappiamo bene, convivono con problemi antichi: lo spopolamento, la mancanza di lavoro, le opportunità limitate per tanti giovani. Eppure continuiamo ad amarli. Perché? La risposta, probabilmente, va cercata non soltanto nella sociologia o nell’economia, ma nella memoria, nella psicologia e perfino nella nostra storia culturale.
Il paese della memoria
La memoria non è un semplice archivio di ricordi. È il luogo dove prende forma la nostra identità.
Nei paesi del Sud abbiamo imparato a conoscere il mondo. Lì abbiamo pronunciato le prime parole, corso dietro a un pallone nelle piazze, ascoltato i racconti dei nonni, respirato il profumo del pane appena sfornato, vissuto le feste patronali, scoperto il valore della famiglia e della comunità. Gli psicologi parlano di memoria emotiva: le esperienze dell’infanzia si imprimono profondamente e continuano, spesso senza che ce ne rendiamo conto, a orientare il nostro modo di sentire. La psicoanalisi aggiunge un’altra intuizione: il ritorno ai luoghi dell’infanzia rappresenta il desiderio di ricongiungersi con la parte più autentica della nostra personalità, quella che il tempo e le responsabilità della vita adulta non riescono mai a cancellare. Forse è per questo che, tornando al paese, non ritroviamo soltanto una casa o una piazza. Ritroviamo il bambino che noi siamo stati.
Il paese interiore
Con gli anni cambiano i luoghi. Le case vengono ristrutturate, le botteghe chiudono, gli amici prendono strade diverse. Perfino il silenzio delle sere d’estate sembra avere un suono differente. Eppure il nostro paese continua a vivere dentro di noi. Esiste un paese interiore che nessuna distanza geografica può cancellare. È fatto di emozioni, di volti, di profumi, di parole in dialetto, di gesti quotidiani. È il luogo dove continuano ad abitare i nostri genitori, i nostri nonni, gli amici dell’infanzia, anche quando non ci sono più. L’antropologia ci insegna che il Mezzogiorno ha costruito nei secoli una civiltà fondata sulla famiglia, sulla comunità e sul senso dell’appartenenza. Per questo il legame con il paese assume un valore particolare. Non è soltanto affettivo: è culturale, storico e perfino spirituale. Le radici, del resto, non servono a trattenerci. Servono a ricordarci chi siamo. Un albero cresce verso il cielo proprio perché affonda profondamente nella terra.
Tornare per ritrovare se stessi
Forse, allora, il viaggio in estate non è semplicemente un ritorno verso il Sud. È un ritorno verso noi stessi. Torniamo per rivedere una strada, una piazza, un campanile. Ma soprattutto torniamo per ricucire il filo della nostra storia, per riconoscere le persone che ci hanno insegnato ad amare, per trasmettere ai nostri figli quel patrimonio invisibile che nessun libro può raccontare fino in fondo. Si può vivere lontano, costruire una carriera, formare una famiglia, sentirsi cittadini del mondo. Tutto questo non cancella le nostre origini. Le arricchisce. Per noi meridionali il paese non è soltanto un punto sulla carta geografica. È un luogo dell’anima. È la memoria che continua a camminare accanto a noi, la voce discreta dell’infanzia che ci accompagna negli anni, il filo invisibile che unisce ciò che siamo diventati a ciò che siamo stati. E forse il vero significato del ritorno è proprio questo: comprendere che il paese che cerchiamo ogni estate non è soltanto quello che lasciamo alle nostre spalle quando ripartiamo. È quello che portiamo dentro di noi ogni giorno della nostra vita. Perché si può partire mille volte, attraversare continenti, cambiare città e orizzonti. Ma il luogo dove abbiamo imparato ad amare, a sperare e a sognare continua a vivere nel cuore. È il nostro paese interiore. Ed è lì che, in fondo, facciamo sempre ritorno.
(*) Giornalista

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