(La Presse) Tentativi di corruzione anche verso altri due magistrati della Corte dei Conti, ma il piano non sarebbe andato a buon fine e per il momento non ci sarebbero nuovi indagati. È questo uno dei nuovi elementi emersi nell’inchiesta della Procura di Roma sul dossier relativo al Ponte sullo Stretto. Secondo gli investigatori, infatti, i due giudici avvicinati non avrebbero dato seguito alle sollecitazioni ricevute dagli indagati. Al centro dell’indagine ci sono Francesco Saccomanno, Vincenzo Virgiglio e Tommaso Miele. La procura, coordinata dall’aggiunto Giuseppe De Falco, sta ora analizzando cellulari e computer sequestrati nel corso delle perquisizioni eseguite dai carabinieri del Ros per ricostruire contatti, rapporti e conversazioni legate all’iter del controllo di legittimità sul progetto del Ponte. Tra gli elementi ritenuti più rilevanti compaiono alcune intercettazioni del 10 ottobre 2025. In una telefonata Virgiglio contatta Saccomanno per chiedergli se fosse stato chiamato da Miele. Il legale risponde negativamente ma aggiunge: “A me interessa che quella cosa, che ti ha detto, viene confermata, capito?”. Poche ore dopo, nel corso di una nuova conversazione, Saccomanno chiede ancora conferme e Virgiglio replica parlando di altri due esponenti “molto importanti” della Corte dei Conti: “Tra l’altro ho altri due membri che quella sera te li porto là io”. Per gli inquirenti si tratta di un passaggio centrale dell’inchiesta perché mostrerebbe il tentativo di ampliare la rete di contatti attorno al dossier sul Ponte sullo Stretto. Gli inviti ai magistrati sarebbero stati collegati a un convegno organizzato da Virgiglio il 30 ottobre 2025. Le intercettazioni successive ricostruiscono anche il rapporto tra Miele e gli altri indagati.
Io Secondo la procura, il magistrato avrebbe fornito informazioni riservate sull’orientamento interno della Corte e si sarebbe attivato per favorire il rilascio del visto di legittimità sul progetto. Dopo il rigetto del 29 ottobre 2025, Miele avrebbe commentato con toni duri la decisione dei colleghi, definendoli in una conversazione “deficienti”. Dalle carte emerge inoltre che Miele avrebbe manifestato interesse per incarichi pubblici dopo il pensionamento, tra cui la presidenza dell’Antitrust o ruoli in società partecipate. Gli investigatori ritengono che proprio queste aspirazioni costituiscano uno degli elementi del presunto “sinallagma corruttivo” come contestato nell’inchiesta
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