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Le parole di Francesco De Gregori oltre la polemica innescata

di Giuseppe Onorati

Da oltre due settimane l’opinione pubblica italiana è occupata da un dibattito polemico sull’impegno politico dell’artista, sull’opportunità di dichiararsi o meno in merito alle vicende rilevanti del momento storico attuale e sensibilizzare l’opinione pubblica .
Ad innescare tale dibattito è stato il Principe dei cantautori italiani, Francesco De Gregori, le cui parole un’ennesima volta hanno avuto presa sul pubblico, seppur stavolta non in chiave poetica .
Lo scorso 26 Maggio, al teatro Out Off di Milano, in occasione della conferenza stampa per la presentazione del suo docufilm Nevergreen, ha innescato la polemica, criticando le dichiarazioni contro il Governo Trump fatte da Bruce Springsteen. De Gregori, con nettezza e senza risparmiarsi nella critica ha affermato: “Provo sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo, che quindi ha una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera così netta e apodittica su questioni internazionali, di guerra, perché tutto ciò che ci sta intorno va analizzato con estrema cura. Un proclama buttato giù da un palco o anche scritto in un appello mi lascia abbastanza indifferente”; ancora continuando ha detto: “Quegli artisti che vogliono sensibilizzare il loro pubblico, ma perché? Non sono abbastanza sensibili per conto loro? C’è bisogno che Springsteen dica che è contro l’amministrazione Trump? Non credo, ma è un ruolo che non mi sento di condividere”. In ultimo, incalzato da un giornalista che gli ha ricordato la grande capacità della sua poesia e delle sue canzoni nel sensibilizzare il pubblico, ha aggiunto: “Se lo faccio, lo faccio con le mie canzoni (mio malgrado).Non faccio proclami, perché non sono superiore a nessuno per dire quale posizione assumere su Gaza o su Israele o sull’Iran. Non do lezioni, visto che anche io ho le idee confuse (ed è onesto avere le idee confuse). Per citare Whitman “contengo moltitudini”, il mio pensiero non è totalitario e non mi sento né di dare né di prendere lezioni da nessuno, tanto meno da un uomo di spettacolo. Che titoli ha per farlo?”.
Tanto nette le sue parole, quanto incendiarie, per aver scatenato una polemica che ormai da due settimane non tende a placarsi, coinvolgendo colleghi di De Gregori, giornalisti ed intellettuali, tutti impegnati, partendo dal sostenere o criticare la posizione del cantautore romano, sul tema dell’impegno politico dell’artista.
Se però si tenta di andare al di là della vis polemica, a ben guardare le parole di De Gregori permettono di riflettere in modo attento sulla questione dell’impegno politico dell’artista. Le sue parole, per quanto siano arrivate in risposta a domande su argomenti contingenti, hanno toccato il tema in modo completo e generale, tanto da stimolare una riflessione di carattere filosofico, storico e sociologico.
Innanzitutto viene toccata la posizione sociale dell’artista, di colui che crea, che ha un’abilità, una maestria con le quali riesce ad incidere sull’immaginario collettivo. L’opera, dalle forme più immediate di comunicazione, a quelle più complesse, nelle quali vi siano codici e simboli da cogliere, sono sempre veicoli di senso e significato ed in quanto tali hanno sempre un effetto (che può variare in rapporto alla sensibilità, all’interesse ed alla capacità cognitiva del fruitore) sull’immaginario del fruitore, che anche inconsciamente ne rimane “segnato”. Se l’opera poi ha una forte carica politica, l’artista assume un ruolo fondamentale, perché ha la possibilità di plasmare l’immaginario collettivo e di porgere chiavi di lettura e di opinione in modo più efficace di altre forme comunicative, con più immediatezza, catturando soprattutto la sfera emotiva e morale, oltre a quella razionale.
L’opera d’arte ed in particolare la canzone, con la forza della sua immediatezza, certamente hanno la possibilità d’influire sulle coscienze, più di ogni proclama e di ogni ragionamento e l’artista per questo ha una posizione privilegiata. Prima della società industriale di massa, l’arte era il veicolo fondamentale di espressione di senso e significato ed anche di consenso, se consideriamo a come il potere politico investisse sugli artisti con il mecenatismo e cercando nel valore dell’estetica un prestigio che capitalizzava in valore politico.
Figure come Leonardo Da Vinci, Michelangelo, Caravaggio (tanto per citare esempi illustri) incarnavano questa figura, dell’artista che offriva opere parlanti con un linguaggio universale di temi universali, consoni alla legittimazione di un potere politico che pretendeva di fondarsi su basi universali. Estetica e politica sono connessi in un legame che oltrepassa la semplice opportunità strumentale del potere politico, per configurarsi come una relazione di senso e significato per l’intera comunità socio-politica.
E’ con l’ Illuminismo che la società si differenzia in sottosistemi autonomi che obbediscono ad una propria logica ed hanno propri linguaggi; la politica si divide dalla morale e dalla cultura, in uno scenario che prepara alle società contemporanee di massa. Il dibattito sull’impegno politico dell’artista è figlio di questa genesi della società, in cui la politica diviene un sistema autonomo che si separa dall’arte; politica ed arte divengono due sfere che obbediscono ciascuna ad una propria logica e ad una propria razionalità ed una relazione può esserci soltanto in una comunicazione interattiva fra i due sottosistemi, che comunque rimangono nel proprio contesto di senso.
Tale visone della società tuttavia può avere due letture che portano a due conclusioni differenti: se pensiamo ai sottosistemi sociali come a degli spazi prettamente funzionali, allora la loro interazione avrà come effetto il tentativo da parte di ogni sottosistema di controllare la pressione di complessità che arriva dall’ambiente esterno, proiettato ad un mantenimento prettamente adattivo e di conservazione. Se invece pensiamo all’interazione fra sottosistemi sociali come ad uno scambio fertile d’informazione, che porta ogni sottosistema ad uno stimolo evolutivo, accediamo ad una visione più realistica.
Quando De Gregori afferma di non essere in grado di dare risposte su temi complessi come quelli di politica internazionale, né tantomeno di poter dare lezioni in merito o accettarle da altri artisti, perché soltanto gli esperti siano legittimati a farlo, sembra propendere per la prima visione della società. Sembra propendere per una visone che è quella del Neofunzionalismo Sociologico, che in qualche modo sostiene ideologicamente la necessità che soltanto gli esperti affrontino determinati discorsi (visione che portata all’estremo fonda l’ideologia tecnocratica).
D’altro canto, affermando che semmai abbia influenzato politicamente le coscienze (anche se suo malgrado) lo abbia fatto con le sue canzoni, pare aprire ad una visione di scambio fertile fra sistemi ed in particolar modo fra arte e politica.
Le opere d’arte, soprattutto quelle in forme di più semplice accesso cognitivo, come il cinema o le canzoni, anche se non create con un preciso scopo pedagogico o con la volontà di sensibilizzare, sempre possono incidere sulla sfera emotiva e cognitiva del pubblico e sempre, anche indirettamente svolgere una funzione di stimolo morale e cognitivo, che porti poi a presentare effetti nella vita della polis.
Per quanto riguarda poi i proclami e le dichiarazioni degli artisti, che enfaticamente seguano con coerenza ciò che già nell’opera è stato detto, sono come dei “prolungamenti”, degli “strascichi” del messaggio di cui l’opera è veicolo (come può anche verificarsi una dissociazione fra opera e posizioni dell’autore).
La società umana è uno spazio in cui i vari sottosistemi sono aperti e comunicanti ed anche un motivo, come la polemica innescata da Francesco De Gregori, può essere benemerito per far intraprendere riflessioni in merito.

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